Il dolore
Appello disperato di un padre, l’esercito dice un primo sì
Da Bolzano chiedeva di tornare a Grosseto per stare accanto ai figli minori e soli. Lo Stato maggiore gli concede un trasferimento temporaneo al Savoia Cavalleria.
GROSSETO. Alla fine è giunta la risposta che chiedeva da quasi un anno e mezzo: non è esattamente ciò in cui sperava ma, chissà, potrebbe rappresentare un inizio, per certi versi persino inaspettato. Ha ottenuto un trasferimento lavorativo – o meglio, un’assegnazione temporanea – da Bolzano a Grosseto il babbo, militare dell’esercito, che da quando sua moglie se n’è andata per un altro uomo – era il settembre 2019 – chiedeva di essere trasferito a Grosseto per occuparsi dei quattro figli, due di loro minorenni. È una bella notizia, anche se la sua vicenda non si conclude così: il provvedimento che lo porta a casa non è definitivo.
L’appello
Era l’inizio di gennaio quando Francesco (nome di fantasia), 45 anni, con una qualifica di infermiere per quadrupedi – tant’è che prima di essere trasferito 12 anni fa in Trentino lavorava al Centro militare veterinario (Cemivet) – decise di raccontare la sua storia al Tirreno. «Trasferitemi a Grosseto, devo prendermi cura dei miei figli», si era appellato all’Amministrazione militare. Era disperato perché costretto a vivere a 600 chilometri di distanza – in quanto impiegato in un reggimento del comando Truppe Alpine di Bolzano – mentre i quattro figli, di otto, 16, 20 e 22 anni erano qui a Grosseto, soli, senza nonni né parenti. Due domande di trasferimento gli erano state respinte, una non aveva avuto risposta, nonostante i solleciti del suo legale, l’avvocato Alessandro Antichi. E nonostante la presidente del tribunale di Grosseto Laura Di Girolamo – di fronte alla quale Francesco e la moglie si erano presentati per la separazione coniugale sollecitata dalla donna, racconta lui – avesse affidato i figli al padre, disponendo che venisse data comunicazione del provvedimento al reggimento alpini per «l’urgente assegnazione» del militare «a Grosseto»: era ottobre. A meno di un mese dall’appello sul Tirreno, qualcosa si è mosso.
[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.39740368:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/grosseto/cronaca/2021/01/06/news/un-padre-disperato-trasferitemi-a-grosseto-devo-prendermi-cura-dei-miei-quattro-figli-1.39740368]]
La gioia e la delusione
È il 26 gennaio quando Francesco riceve una comunicazione dal dipartimento impiego del personale dello Stato maggiore dell’esercito: sarà assegnato temporaneamente al deposito munizioni Versegge, dopo Braccagni, sulla strada per Sticciano. Potrà stare accanto ai suoi figli, unico neo – non trascurabile – è che quella destinazione è temporanea, gli dà solo un po’ di respiro. Non fa in tempo a farsene un’idea che riceve un’altra notifica: l’assegnazione a Versegge è annullata. Non c’è: lui resta a Bolzano. È stordito Francesco: «Mi sono sentito – dice – come un bambino a cui hanno dato un bel gelato che voleva e poi, subito, gliel’hanno tolto». Poi però arriva il colpo di scena.
il futuro
Segue un’altra comunicazione dello Stato maggiore: Francesco è assegnato al reggimento Savoia Cavalleria. Ma temporaneamente, per 180 giorni. E quell’assegnazione, è scritto nero su bianco nella notifica, «non deve essere considerata prodromica di un’assegnazione definitiva». Questo padre, insomma, non deve farsi false aspettative: ha sei mesi di tempo per sistemare la sua vita, poi non è escluso, anzi è molto probabile, che debba tornare a Bolzano, tant’è che il provvedimento è finalizzato al «trasferimento del nucleo familiare», precisa l’Amministrazione militare. «Questa assegnazione è per me una buona cosa – dice – ma se avessi potuto trasferire i miei figli lassù, in questi 12 anni l’avrei fatto, ma loro sono cresciuti in Maremma, sarebbe come sradicarli da qui». Non solo. «Non posso portarli via dalla madre – dice – che ha i suoi problemi, deve migliorare la sua situazione ma è pur sempre la madre, non ce l’ho con lei». La donna è stata rinviata a giudizio per abbandono di minori in quanto lasciò il figlio di otto anni con la sorella sedicenne e se ne andò. «Come potrebbe vederli, una volta a settimana, come ha disposto il Tribunale – si chiede Francesco – se stanno in Trentino?». La situazione è complicata. «Insomma – conclude Francesco – io non sono un pezzo di carta. E se l’Esercito, come si dice, è una grande famiglia, a cui io appartengo da 26 anni, dal 1995, spero ne tenga conto». Certo l’Amministrazione militare si muove in un complesso di norme, ma «speriamo in un lieto fine di questa vicenda – nota l’avvocato Antichi – L’assegnazione, pur temporanea, è un segnale di comprensione delle ragioni di questo padre». Non resta dunque che aspettare. E sperare. –
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
