Gioco
Prigioniero nel lager a Berlino, Firmo Carresi si salvò grazie a un amico
Internato per sette mesi allo Stalag III, si ammalò e fu aiutato da un compagno
GROSSETO. «Che mi ci vuole a tornare a casa dall’Elba?». Firmo Carresi non si era preoccupato più di tanto quell’8 settembre 1943. Militare dell’esercito di stanza sull’isola, quando fu firmato l’armistizio aveva solo un braccio di mare e una manciata di chilometri a separarlo da casa, a Squartapaglia, nella campagna di Grosseto. Di lì a poco capì che la strada sarebbe stata, invece, molto più lunga. Ma non poteva immaginare di finire addirittura nell’inferno dei lager nazisti, prima di poter riabbracciare la sua famiglia.
Firmo Carresi è uno dei tre maremmani internati nei campi di concentramento nazisti e utilizzato come lavoratore coatto, ai quali il 27 gennaio Sergio Mattarella ha conferito la medaglia d’onore alla memoria. Alla cerimonia in videoconferenza era presente suo figlio, Giuseppino Carresi.
«Babbo era nato il 30 ottobre 1915 e faceva l’agricoltore a Squartapaglia – racconta Giuseppino al Tirreno –. Il 21 maggio 1938 fu chiamato alla leva e mandato all’Elba, reparto chimico dell’esercito».
Qui lo sorprese lo scoppio della seconda guerra mondiale. E qui fu trattenuto.
«Quando fu dichiarato l’armistizio contava di tornare a casa – racconta il figlio – e pensava non fosse difficile, visto che non era tanto lontano. Ma a Portoferraio, dove si sarebbe dovuto imbarcare, c’erano i tedeschi e lo fecero prigioniero».
Anche il fratello, Federico Carresi, pure lui soldato, viene catturato e finisce in un lager. I fratelli perdono le tracce l’uno dell’altro per mesi.
Firmo arriva a Berlino il 17 settembre e viene rinchiuso in un campo di smistamento. Il 24 settembre giunge allo Stalag III, sezione AKB 0495, a dieci chilometri da Berlino. Cinquantadue-zero-nove-nove: questo il suo nuovo “nome”, il suo numero identificativo.
«Non ha mai voluto parlare della sua prigionia – racconta il figlio – tutto quello che so l’ho sentito dalla zia. Costruivano le rotaie e la fabbrica c’è ancora. Tutti i giorni li bombardavano. Andavano avanti a bucce di patate. Lui si ammalò e fu aiutato da un suo compagno, Dino Scalabrelli».
Poche, frammentarie e angoscianti le notizie che arrivavano in Italia. Giuseppino conserva ancora le cartoline della Kriegsgefangenenpost, la corrispondenza dei prigionieri, indirizzate a suo nonno, padre di Firmo, Giovanni Carresi.
«Il 24 aprile del 1944 furono finalmente liberati dai russi», continua Giuseppino. E lì comincia la peregrinazione per l’Europa, una “Tregua”, come quella che racconta Primo Levi, prima di arrivare a casa.
«Li portarono in treno a Stalingrado – dice Giuseppino – e lì, per lo meno, qualcosa di più mangiavano. Ma riuscì a tornare solo il 30 settembre 1944. Quando si presentò alla porta, sua mamma non lo riconobbe. Pesava 40 chili. E non ha più voluto mangiare patate».
Poco dopo ritorna anche Federico, che nel frattempo era scappato dal lager e si era unito ai partigiani di Tito.
Tornati alla loro terra, i fratelli mettono su famiglia. Firmo si sposa con Tolmina Toninelli nel 1948 e poi nasce Giuseppino. Ma un’altra tragedia torna a sconvolgere la famiglia. Firmo e Federico muoiono insieme in un incidente stradale, nel 1974, vicino a Casotto Pescatori, a due passi da casa. Stesso destino di prigionieri dei nazisti, stessa sorte di sopravvivere all’orrore dei lager, stesso destino nella morte.
Quest’anno, finalmente, il riconoscimento della Repubblica. «Mi ha fatto molto piacere ricevere la telefonata della prefettura che mi comunicava questa medaglia – dice Giuseppino –. Mi rammarico solo che, a differenza degli altri due familiari di internati, che hanno avuto accanto i loro sindaci durante la cerimonia, il sindaco di Grosseto non si è visto per niente. Ha mandato solo un video, ma non ha partecipato di persona e nemmeno mi ha chiamato». —
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