Il Tirreno

Grosseto

Non me lo aspettavo, lo ringrazio Ha tante grane in questi giorni...

francesca ferri

Nascosta per mesi, con la famiglia, scampò alla deportazione Da allora non ha mai smesso di raccontare, anche ora che ha 90 anni 

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l’intervista

francesca ferri

«È stata una sorpresa, non me l’aspettavo. Ringrazio immensamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha tante grane in questo momento e ha pensato a me», dice Elena Servi (in alto, foto Russo) raggiunta dal Tirreno al telefono, mentre è nella sua casa di Pitigliano. «Mattarella è una persona impagabile, spero lo candidino per un secondo mandato».

La notizia l’ha saputa lunedì 25. «Mi ha chiamata il prefetto, Fabio Marsilio, verso l’ora di pranzo e me lo ha comunicato – racconta Servi –. Mi sono commossa. È una notizia non buona, ma ottima. Non lo avevo ancora detto a nessuno».

Elena nasce a Pitigliano il 13 marzo 1930 in una famiglia conosciuta e apprezzata. «Mio padre aveva un negozio di tessuti – racconta – era un uomo molto benvoluto da tutti, una persona retta, corretta, stimata. “La parola vale più della carta bollata”, diceva sempre».

I Servi sono una delle famiglie più note della comunità ebraica che da secoli vive nella Città del Tufo e che, prima dell’avvento del fascismo, contava un centinaio di persone.

Ha 8 anni, Elena, nel 1938, quando la sua vita, fino ad allora serena, scandita dalla scuola, dai pomeriggi con le amiche del cuore a giocare per le viuzze del paese, dai sabati in sinagoga, improvvisamente le viene portata via.

«Ricordo bene il momento esatto in cui mi dissero che ero diversa dagli altri, e diversa da come ero stata considerata in quel momento – rammenta Elena Servi –. Avevo fatto al prima e la seconda elementare, e dovevo entrare in terza. Mio padre un giorno venne da me e mi disse che non potevo più andare a scuola. Io gli chiese: “Ma perché? Non ho fatto niente di male. Perché non posso andare a scuola?”. Lui mi disse: “No, non hai fatto niente di male, ma non ci puoi andare”».

Erano state appena varate le leggi razziali.

«Le mie più grandi amiche erano Leda Carrei e Agnese Ragnini – ricorda Servi –. Dei gerarchi andarono dal padre di Leda, che era un impiegato del Comune, ufficiale di Stato civile, e gli dissero che non doveva più far giocare sua figlia con me, perché ero ebrea. Lui disse: “Mia figlia ci ha sempre giocato e continuerà a farlo”. Era solo un impiegato, un uomo comune, eppure ebbe questo coraggio».

E così la mamma di Agnese. «Mi portava al cinema e al bar a mangiare il gelato. I miei genitori, a causa delle leggi razziali, non potevano più farlo».

Anche altri amici di famiglia sfidano l’autorità e continuano ad avere contatti con la famiglia Servi. «Ai cattolici era vietato salutarci. Ma ricordo un’amica che veniva sotto casa, si guardava intorno e, se non c’era nessuno, veniva su a salutarci. Poi, però, c’è stata anche tanta brutta vita».

Tanti pitiglianesi obbediscono al comando. E la situazione si fa pericolosa.

La comunità ha già perso molte famiglie, che hanno lasciato Pitigliano per Firenze e altre destinazioni. I primi a partire furono coloro che lavoravano negli uffici pubblici e, dopo le leggi razziali, furono cacciati dal loro impiego. «Al censimento dei capifamiglia, che ci fu imposto, risultavano, nel 1938-1939, eravamo circa 70».

Dal settembre del 1943 la situazione precipita. Resta imprecisato il numero di ebrei maremmani e amiatini, e anche stranieri, che da quel momento furono arrestati in tutta la provincia di Grosseto e internati nel campo di concentramento di Roccatederighi, nell’ex seminario vescovile. Da Roccatederighi 38 persone furono deportate nei lager nazisti, in due trasferimenti. Solo quattro sono sopravvissute.

La famiglia Servi, come tanti altri ebrei, deve scappare di casa per evitare la deportazione.

«Le famiglie erano costrette a spostarsi continuamente per evitare di essere scoperte – ricorda Servi – e quindi si muovevano fra Pitigliano, Sorano, Manciano, e altrove. Io, mia mamma, mio babbo, le mie due sorelle più grandi e il fidanzato di una delle serelle, lasciammo la nostra casa il 1° novembre 1943. La nostra famiglia fu prima nascosta da dei contadini nel loro podere di Pitigliano, poi ci spostammo a Farnese e infine a Valentano». Un inverno freddissimo «Quell’anno venne tantissima neve – ricorda Servi –. Arrivammo a Valentano che era marzo. Qui restammo chiusi in una grotta coperta dalla macchia fino a giugno, quando fummo liberati. Ci aiutavano, portandoci viveri e beni necessari gli stessi contadini e altri amici che non ci abbandonarono mai. Ci salvarono la vita».

Elena Servi non ha mai smesso di raccontare quello che è stato. Nelle scuole, negli incontri istituzionali, nel Giorno della Memoria e in ogni occasione in cui è stata chiamata: non si è mai risparmiata. E anche adesso, alle soglie dei 91 anni, con la sua lucidità invidiabile, la sua modestia e la sua incrollabile forza, continua a raccontare quello che è stato e che non va dimenticato. Ex insegnante elementare, nel 1996 ha fondato l’associazione La Piccola Gerusalemme, di cui è presidente. L’associazione coltiva la memoria degli ebrei di Pitigliano e gestisce il Museo ebraico. Nell’aprile dell’anno scorso Elena Servi ha ricevuto dal Comune di Pitigliano la civica benemerenza. —

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