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Se i miei genitori sono ancora vivi è merito anche di chi li ha curati

Pasquale D’Aiello Roma
Se i miei genitori sono ancora vivi è merito anche di chi li ha curati

La lettera: "Quando sono entrati nella terapia intensiva Covid pensavamo di non rivederli più, ora festeggeremo tante altre feste di Natale insieme"

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La lettera

Un lettore che abita a Roma, Pasquale D’Aiello, ha scritto alla nostra redazione una lettera in cui racconta la drammatica esperienza vissuta da lui e soprattutto dai propri anziani genitori che erano stati ricoverati all’ospedale Misericordia di Grosseto perché positivi al Covid. Un’esperienza fortunatamente terminata in modo positivo anche grazie alle cure prestate.

Agli inizi dello scorso dicembre la mia famiglia, come tantissime altre in Italia e nel mondo, si stava preparando al Natale. Nelle telefonate si parlava di alberi di Natale, presepi, regali, viaggi di ritorno a casa. Poi un giorno i miei genitori, non più giovanissimi (79 e 73 anni), riferiscono di un po’ di febbre, un po’ di stanchezza, qualche leggero malessere. Sembrano i soliti acciacchi dell’età, che vanno e vengono. Anche questi sembravano in parte già scomparsi ma nel dubbio, seppur tra qualche incertezza, i miei genitori fanno il tampone antigenico: entrambi positivi. Poi quello molecolare: Covid confermato. Iniziano le cure a casa. Ancora stanno abbastanza bene. Poi aumenta l’affanno, sale la febbre, i numeri del saturimetro scendono come in un macabro countdown. Sono i segni di un polmonite che sta distruggendo il sistema respiratorio. Si decide per un ricovero d’urgenza presso l’ospedale Misericordia di Grosseto, prima l’uno, poi l’altra. Sembra siano stati presi in tempo e, invece, è solo l’inizio di una ripidissima discesa. Tutti i parametri vitali tendono a crollare fino a che diventa impossibile respirare autonomamente. E, come in un percorso a gironi danteschi, si scende sempre più giù, fino alla terapia intensiva, a un passo dall’intubazione e dal coma farmacologico. È il momento in cui coscientemente ci si addormenta senza sapere se ci sarà un risveglio. È l’ora dei saluti, delle indicazioni sulle ultime cose, della consegna degli effetti personali, dei documenti.

Quest’anno nella mia famiglia il Natale non è arrivato ma siamo ugualmente felici perché oggi possiamo sperare nel prossimo e questo, ad un certo punto, non era più scontato, tenuto conto che l’aggravarsi delle condizioni ha fatto temere e prospettare anche esiti fatali.

Se questi esiti infausti non si sono avverati è probabilmente dovuto anche agli imperscrutabili fili del destino ma se l’esistenza del destino è cosa incerta e del tutto soggettiva, è invece indubitabile ed oggettivo che se oggi ambedue sono in via di ristabilimento e possono guardare al futuro è merito delle cure loro prestate presso il reparto Covid e quello di terapia intensiva dell’ospedale Misericordia di Grosseto.

Il grado delle cure prestate è stato di altissimo livello, facendo ricorso a tutte le conoscenze disponibili nel contrasto a questa terribile malattia.

La loro malattia è stata affrontata non solo con competenza ma anche con grande umanità da tutto il personale sanitario, medici, infermieri e operatori socio sanitari. Ognuno di loro ha svolto non solo il proprio lavoro con grande dedizione e capacità ma ha operato con un autonomo slancio di empatia e vicinanza che ha alleviato la solitudine e lo smarrimento da cui sono colti le persone duramente colpite dal Covid. Questi pazienti sono consapevoli dei gravi rischi che corrono, soprattutto quando vedono rapidamente aggravarsi il loro stato di salute, ma sono completamente soli, privi del conforto che potrebbe loro dare il volto, la voce, la mano di un parente o di un amico. I sanitari di quest’ospedale hanno preso in carico questa mancanza di contatti umani che le misure di contenimento impongono e hanno regalato la loro voce, le loro mani, i loro volti, per sostenerli e confortarli, pur nelle difficili condizioni in cui opera un reparto Covid. E per questo non c’è un dovere che lo imponga o un salario che lo ripaghi.

Oggi, che ambedue i miei genitori sono stati dimessi, desidero ringraziare espressamente e pubblicamente tutto il personale sanitario dell’ospedale Misericordia per la professionalità e la passione messi nello svolgimento del proprio lavoro. Certo, il mio ringraziamento non è gran cosa ma è profondamente sentito. Spero che gli giunga e che un poco li conforti, visto che la battaglia contro il Covid non è ancora finita e mi auguro che possano continuare a salvare altre vite e a farlo ancora in questo modo.

Desidero, infine, esprimere il mio apprezzamento per tutta la struttura organizzativa di questo ospedale e il sistema sanitario regionale della Toscana che hanno creato le condizioni infrastrutturali in cui tutto questo è potuto e può ancora accadere. —

Pasquale D’Aiello

Roma


 

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