Sicurezza
Duro e tenace: il brutto carattere dell’uomo di polso
Diceva Sandro Pertini che gli uomini di carattere hanno un brutto carattere. Pensava a se stesso, il presidente, ma ci ricordava una verità buona per tutti.
Ci pensavo ieri alla notizia, dolorosissima, della scomparsa di Settimio Bianciardi. Il mio amico Settimio, per esempio, era certamente un uomo di carattere: duro, rigoroso, se occorreva pure spigoloso, e dunque destinato a farsi molti nemici, o a sentirsi rimproverare, appunto, il brutto carattere.
Ma a me piaceva, gli volevo molto bene. Ci eravamo conosciuti più di trent’anni fa quando, capitato a Capalbio, fui folgorato dai luoghi e da un piccolo casale in vendita. Lì, nel Podere Santo Stefano, chiamato così in ricordo dei luoghi da cui s’era mossa la famiglia per la riforma agraria dell’Ente Maremma, in quella casa dalle cui finestre si vede una campagna dolce, una striscia di mare e l’isola di Giannutri, Settimio era nato e cresciuto, fino a diventare geometra. E ora, nel doppio ruolo di figlio e di tecnico, eccolo occuparsi di tutte le pratiche necessarie...
Da cliente occasionale, divenni presto suo amico.
Ogni tanto veniva a trovarmi, tornava a casa sua. Mi piaceva. Apprezzavo la tenacia e la determinazione che metteva in ogni cosa, e l’impeto perfino fisico con il quale viveva la vita. Il carattere, appunto.
Prima d’ogni cosa per lui c’era la famiglia: papà Mario, uomo retto, generoso e sensibile, scomparso due anni fa; la madre Nella, sempre presente, figura fondamentale per lui; la sorella Marinella; le due figlie amatissime, vero scopo di vita; la cara Isabella, la compagna che l’ha aiutato, sostenuto, accompagnato, amato.
La sua seconda, incontenibile passione era la politica, non quella dei pregiudizi ideologici o delle manovre barocche, ma dei progetti concreti e della buona amministrazione, passione che faceva tutt’uno con il suo amore per Capalbio.
Aveva cominciato a fare politica da subito, e sempre sognando di diventare sindaco della sua città.
C’era riuscito un anno e mezzo fa gettandosi anima e corpo nel nuovo impegno: dedizione totale, mentale e fisica, giorno e notte, cellulare sempre acceso, cura costante.
Poi amava la caccia, la camminata fino al Capanno, l’attesa, la solitudine, un po’ di distrazione, l’unica occasione in cui riusciva a dimenticare le carte e ad abbracciare la natura.
Il destino ha voluto che la sua vita finisse lì, lontano dal lavoro e dai pensieri. Forse in quel momento era felice.—
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