Sicurezza
I sindaci ribadiscono il no al progetto Pietratonda
Nell’incontro a Paganico ventilata anche l’ipotesi di portare le carte in Procura Il Forum pronto a depositare atti per la conferenza dei servizi dell’11 febbraio
Lina Senserini
Paganico. Si avvicina la data della conferenza dei servizi sul progetto di ripristino ambientale, presentato dalla società Accornero di Asti per l’ex area mineraria di Pietratonda. Cittadini, comitati e amministratori si preparano a dar battaglia al piano che prevede di portare oltre un milione di tonnellate di gessi rossi, prodotti dallo scarto della lavorazione del biossido di titanio negli stabilimenti Venator di Scarlino, nella ex cava dell’Incrociata.
Ieri pomeriggio, a Paganico, si è svolto un incontro convocato dal comitato per il No ai gessi rossi, a cui sono stati invitati amministratori, associazioni di categoria, tecnici, esperti e anche i parroci dei due paesi. Presenti i sindaci di Campagnatico, Luca Grisanti, e di Civitella Paganico, Alessandra Biondi, che hanno ribadito la loro contrarietà al progetto, decisi a condurre fino in fondo la lotta al fianco di cittadini e comitati. Senza escludere nessuna strada, da quella strettamente tecnica e amministrativa sugli aspetti progettuali, fino all’ipotesi avanzata dai comitati di portare – come si dice – le carte in Procura.
E le carte sono quelle che Roberto Barocci, del Forum ambientalista di Grosseto, ha presentato alla platea ripercorrendo la “storia” ventennale dei progetti di Accornero per le cave di Pietratonda, recuperate negli uffici regionali e che oggi stesso depositerà agli atti della conferenza dei servizi. Dalle quali emergono due quesiti: perché non è stato imposto alla società astigiana di rispettare le sentenze e le ordinanze emesse dal Tribunale di Grosseto dal 2003? Come è possibile definire “ripristino” un piano che prevede un profilo altimetrico finale della cava a 195 metri? Molto diverso da quello precedente agli scavi e dal progetto del 2003, che si fermava a 155, come anche i successivi approvati via via dagli uffici pubblici competenti. Ben sette, infatti, i progetti e le varianti sostanziali presentati dal 2001 dalla proprietà, fino all’attuale che sarà discusso nella conferenza dei servizi dell’11 febbraio. Nel frattempo ci sono gli atti del Tribunale e della Procura di Grosseto, mai rispettati, che hanno prescritto interventi diversi da quelli dell’ultimo progetto.
«E sorge un legittimo dubbio su perché non si tenga conto che gli uffici pubblici hanno ritenuto validi i progetti di Accornero per cinque volte tra il 2001 e il 2014», commenta Barocci, mostrando le carte al pubblico. «In tre casi, addirittura, senza ricorrere a materiali esterni alla zona di concessione mineraria e, in due casi, prevedendo l’uso di materiali esterni, ma nella misura di 200mila metri cubi, cioè un quinto della quantità di gessi rossi prevista nel progetto del 2020». L’anno prima, peraltro, viene presentato un sesto piano, bocciato in sede di valutazione di impatto ambientale che, in realtà, osserva Barocci, «è un piano per la realizzazione di una discarica per 1 milione e 50mila metri cubi di rifiuti inerti, leggi gessi rossi, con “operazioni di rimodellamento e messa in sicurezza dell’ex sito minerario”.
Al termine della conferenza che nega la compatibilità ambientale al progetto, il proponente chiede “se modificando la tipologia progettuale il sito diverrebbe compatibile”, come si legge nel verbale. Non ottiene risposta, ma nel 2020, Accornero presenta un settimo progetto come variante, in cui mantiene la stessa quantità di rifiuti da depositare, la stessa tipologia e lo stesso sito, il lago dell’Incrociata, ma proponendolo come «ripristino ambientale in ottemperanza all’ordinanza del tribunale di Grosseto numero 5 del 2017», spiega Barocci. La parola passa ora alla conferenza dei servizi, tra meno di un mese, rimandata da dicembre per richieste di chiarimenti da parte della Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio. «Chiarimenti a cui il responsabile del settore Bonifiche e Rifiuti della Regione, ha risposto scrivendo che “l’operazione proposta nel progetto è evidentemente quella di un ripristino ambientale”, nonostante tutte le evidenze sul profilo altimetrico e le ripetute approvazioni da parte degli uffici», conclude Barocci.
Il dubbio è che anche questa volta non verrò presa una decisione definitiva, ammesso che non venga ulteriormente rimandata come qualcuno ben informato ha ventilato per la mole di nuove osservazioni. —
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