Il Tirreno

Grosseto

LA CRONISTORIA 

Annunci, varianti, ordinanze Una vicenda lunga vent’anni

L.S.

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Campagnatico. La storia del ripristino ambientale delle cave di Pietratonda inizia venti anni fa. Da allora, la società Accornero, proprietaria dell’area mineraria, ha presentato sette progetti e varianti sostanziali, ognuno dei quali passato al vaglio della conferenza dei servizi.

Il primo, del 2001, anno di scadenza della concessione mineraria rilasciata nel 1974, prevedeva la colmatura della cava dell’Incrociata fino a 147 metri, utilizzando gli stessi materiali dell’area di scavo. L’anno successivo arriva la prima variante che differisce dal progetto nell’altezza della colmatura a 155 metri e nelle prescrizioni sulle caratteristiche chimiche delle terre usate per il ripristino. È a questo punto che per Accornero si pone il problema del materiale, dato che quello interno all’area contiene metalli pesanti in valori fuori norma rispetto alle prescrizioni. Occorre quindi rivolgersi all’esterno. Siamo a maggio 2002 e il destino delle cave di Pietratonda si incrocia con quello dei lavori per il secondo lotto della Due Mari. La società astigiana, infatti, propone – e viene approvata – una nuova variante che prevede l’uso di 200 mila metri cubi di materiale di scavo proveniente dai cantieri della statale. Nel frattempo, a febbraio 2003, il settore Miniere della Regione sollecita l’inizio dei lavori, mentre il tribunale di Grosseto condanna l’amministratore delegato della società Accornero per opere abusive all’interno dell’area, indicando nella sentenza anche l’obbligo di riportare la cava all’altezza precedente agli scavi. Ma le attività di ripristino non sono possibili perché la terra del cantiere della Due Mari non è compatibile con l’area di Pietratonda.

Tutto si ferma fino al 2007, quando viene presentato il quarto progetto di messa in sicurezza, che prevede l’interramento del laghetto dell’Incrociata fino a quota 153 metri, utilizzando materiale interno all’area. La conferenza dei servizi approva il piano, ma i lavori non partono, tanto che, nel 2009, è il procuratore Francesco Verusio a chiedere informazioni in merito. La risposta è che l’intervento doveva chiudersi nel 2012. Invece, nel 2014 Accornero presenta una variante, anche questa approvata dagli enti competenti, che prevede l’uso di 194 mila metri cubi di materiale (gessi rossi o lo scarto dello scavo per i lavori della Due Mari). Le macchine, però, restano ferme e, nel 2016, il procuratore Raffaella Capasso notifica ad Accornero l’ingiunzione a provvedere al ripristino delle ex cave. I lavori non vengono fatti e l’anno successivo la procura ordina «la messa in sicurezza della miniera di Pietratonda in conformità al progetto del 2014». Si arriva così all’ordinanza del Tribunale del 2017, nella quale il giudice precisa anche quali debbano essere gli interventi di ripristino ambientale. Ovvero «con una recinzione e con una piantumazione», senza parlare di modifiche nell’altezza della collina, né impiego di materiale esterno. Il resto è storia recente, ma nel frattempo, la cava dell’Incrociata si è ripristinata, per fortuna, da sola. — L.S.

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