Il Tirreno

Grosseto

I minatori di Gavorrano a Vermicino Uomini d’arte e sconfinata pietà

SILVANO POLVANI* ; *Giornalista, scrittore
I minatori di Gavorrano a Vermicino Uomini d’arte e sconfinata pietà

La morte di Lionello Lupi riporta a quel 1982: avevano appena perso il lavoro, partirono a recuperare il corpo di Alfredino 

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LA STORIA

Ieri il Tirreno ha dato notizia della scomparsa di Lionello Lupi, ex minatore di Giuncarico portato via dal Covid. Lupi, come hanno ricordato i suoi familiari, ricordava sempre con orgoglio la sua partecipazione alla missione per estrarre il corpo di Alfredino Rampi dal pozzo di Vermicino. In omaggio a Lionello e a quella pagina di storia, ecco il racconto di Silvano Polvani.

SILVANO POLVANI*

A Vermicino, nel 1981, morì Alfredo Rampi detto Alfredino, un bambino di sei anni caduto in un pozzo artesiano in via Sant’Ireneo in località Selvotta, piccola frazione di campagna vicino a Frascati. Dopo quasi tre giorni di tentativi falliti di salvataggio, Alfredino morì dentro il pozzo, a una profondità di 60 metri. La vicenda colpì al cuore l’opinione pubblica italiana, con la diretta televisiva della Rai durante le ultime 18 ore del caso. A recuperare il corpo di Alfredino furono chiamati i minatori di Gavorrano i quali pur con la lettera di licenziamento in tasca – la loro miniera sarebbe stata chiusa da lì a qualche mese – eseguirono il loro dovere con scrupolo e grande responsabilità pur portando nel cuore il dramma della perdita del proprio lavoro. Recuperato quel corpicino, i minatori si allontanarono con le lacrime agli occhi, rifiutando ogni forma di intervista.

Ho conosciuto quegli uomini, molti purtroppo ci hanno lasciato, che nella loro vita hanno scavato e lottato nelle viscere delle colline metallifere, protagonisti di un mestiere tra i più duri, antico come il mondo, tramandato da padre in figlio, non per scelta ma per stato di necessità, in una terra che non offre molto.

Memorie che raccontano tragedie: da una parte il piccolo Alfredino entrato nel cuore di tutti gli italiani, adottato come un figlio per il quale in molti hanno versato lacrime; dall’altra la tragedia sociale e umana di uomini che hanno adempiuto al loro dovere sino all’ultimo, senza porre ricatti a quanto veniva loro richiesto nonostante che l’azienda dove lavoravano gli avesse comunicato di non averne più bisogno, che il loro compito era finito.

Si portarono a Vermicino in 21 fra tecnici e minatori, prepararono tutto il materiale, misero a punto gli strumenti di perforazione e da subito iniziarono a scavare le gallerie, così da entrare in contatto con corpo di Alfredino. Non si preannunciava un lavoro facile, tutto sarebbe dipeso dalle condizioni del terreno e dagli ostacoli che man mano potevano incontrare.

Erano uomini concreti, che sollecitati a fare delle previsioni si limitarono dire che era meglio attendere qualche giorno, non era giusto mettere in ansia i genitori e la gente senza avere una base concreta di valutazione.

Raccontano le cronache di quei giorni che la confusione con la loro presenza sarà solo un brutto ricordo. Sarà un lavoro molto delicato. Tutto andava preparato con cura. Non potevano permettersi di rischiare la vita. È allora che la tranquillità e la serenità d’animo sono indispensabili. Basta poco per commettere un errore. Una distrazione, anche piccola, poteva costare troppo. E poi Alfredo andava recuperato, ma trattato come un delicatissimo cristallo. È con arte e lcon a pietà più sconfinata che i minatori gavorranesi si mettono al lavoro. Scalpellano a piccoli colpi ghiaccio e granito, timorosi quasi di fargli del male. L’ultima fase, sarà la più delicata e drammatica: raccontano che bisognava liberare dalla morsa la testa. Alfredino aveva il capo reclinato, una mano poggiata sulla guancia, come se dormisse.

Toccherà a Spartaco Stacchini 37 anni, uno dei minatori, tirare dolcemente il corpo: «Ho pensato ai miei bambini, raccontò, e mi è venuta una grande forza di volontà». Come gli altri Stacchini dovette lavorare in condizioni precarie, arrampicato su scale di corda tenendo in braccio un martello demolitore del peso di 50 chili. Ancora oggi quando parli con loro di Vermicino, non trattengono l’emozione, come per l’abbandono della loro miniera, la miniera di Gavorrano chiusa alla produzione il 2 agosto del 1981. Un mese dopo Vermicino i minatori occuparono le gallerie a Gavorrano, gli stessi che strapparono al pozzo maledetto il corpo del piccolo Alfredo Rampi.

Uomini dalla grande dignità e sensibilità: Italico Neri, Floriano Matteini, Lionello Lupi, Renato Bianchi, Ledo Mancini, Sirio Mengozzi, Giovanni Anedda, Mario Balatresi, Franco Montanari, Lauro Tognoni, Alberto Torresi, Spartaco Stacchini, Rino Paradisi, Silvano Monaci, Alberto Brachini, Renzo Galdi, Mario Zanaboni, Mario Deidda, Aldo Tommasselli, Pellegrino Falconi e Torello Martinozzi. Uomini che quando raccontavano la miniera ti facevano rabbrividire “la miniera fa paura, è contro natura, ti inghiottisce giù nelle viscere della terra, in quelle gallerie piene di fumi sempre più densi e simili ad una nebbia traditrice rotta solo dalle opache luci, in quel rumore senza tregua e assordante, nel calore reso ancora più soffocante dall’umidità e dal sudore che ti cola e che ti si appiccica a tutto il corpo e ai panni formando un tutt’uno con la polvere, una polvere densa, abbondante, rugosa». Ma anche uomini consapevoli che attorno alle loro miniere si era costruita un’economia, formando i caratteri di una civiltà che ancora oggi resiste nel ricordo e nella tradizione. –

*Giornalista, scrittore

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