Il Tirreno

Grosseto

Storie di miniera guerra e alluvione «Ecco i miei 70 anni di sacerdozio»

ELISABETTA GIORGI
Storie di miniera guerra e alluvione «Ecco i miei 70 anni di sacerdozio»

Don Franco racconta il suo appassionato cammino di fede «È dal calore umano che si costruisce una comunità» 

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l’intervista

ELISABETTA GIORGI

Don Franco Cencioni ha 94 anni e un carisma unico. Il timbro di voce calamita subito l’attenzione. Lo sguardo è vivo e curioso e la memoria infallibile. Del passato ha fatto tesoro rendendolo un patrimonio di preziosa umanità.

Figlio di un minatore, classe 1926, don Franco ha conosciuto la povertà e la sofferenza, ma dalla famiglia d’origine ha imparato ad affrontare le difficoltà con piglio energico, ottimismo e speranza, unendovi la fede. Di sé ci dice abbozzando un sorriso: «Sono orgoglioso e presuntuoso», ma chi lo conosce sa che, quando lui ha creduto di aver ferito qualcuno – magari solo perché era stato “diretto” a parole – poi ha avuto l’incredibile umiltà di chiedere scusa, persino a chi ha 30/40 anni di meno.

Alle 11 di oggi il vescovo Cetoloni celebra una messa in Duomo per ricordare i suoi 70 anni di sacerdozio; ieri gli è arrivata la telefonata d’auguri del cardinale Angelo Scola, che già gli aveva scritto un messaggio. Come sta la gamba dopo la rottura del femore (gli chiediamo)? «Ora meglio ma in questo periodo un po’ indebolita», ci dice lui durante il nostro incontro in Diocesi ricordando tanti episodi del suo passato con la potenza narrativa di un cronista, come se fossero accaduti qui ed ora. A cominciare dalla guerra: all’epoca del bombardamento del 26 aprile 1943 su Grosseto, «io facevo la quinta ginnasio e fu doloroso». Furono colpiti anche «questo palazzo che oggi ci accoglie e gli uffici della nostra curia». Il patrimonio archivistico andò distrutto dagli eventi bellici e poi dall’alluvione del’44; «e io nel’51 ebbi l’onore di recuperarne una gran parte rimasta nella soffitta della cappella, liberandola dal fango» e che oggi è miniera delle notizie della nostra storia, ancora affidata alle sue mani preziose di curatore dei beni culturali della Diocesi.

Ribolla

Nato a Boccheggiano, paese minerario, Don Franco ha vissuto con dolore, il 4 maggio 1954, la più grave tragedia mineraria italiana del secondo dopoguerra, quella di Ribolla dove per un’esplosione di gas, il grisù accumulato in una galleria a 260 metri di profondità, morirono 43 persone. «Oggi la vita di miniera è una caratteristica perduta della nostra terra e se ne ricorda ben poco – dice lui - Ed è pure sbiadita la festa di Santa Barbara del 4 dicembre, vissuta solo dai pompieri ma allora sentita dai minatori e dalle loro moglie e dai loro figli, che la sera guardavano il santino e si raccomandavano perché il marito e padre tornasse a casa la sera; e quando lui non tornava la vita del paese si fermava lì».

Il giorno della tragedia di Ribolla don Franco stette a fianco del vescovo per l’intera giornata, «fin quando riapprodarono le salme di quei nostri fratelli, padri di famiglia. Io pensavo al mio babbo Sabatino, ex mutilato di guerra e minatore, e a tutti i rischi che correvano queste persone che il grisù aveva investito facendone vedere solo le labbra deformate, come nell’illustrazione di un inferno dantesco. Il funerale fu una benedizione dall’alto del sacrato della chiesa a quella quarantina di salme che passavano sui camion, mentre io pensavo a quelle povere famiglie della nostra Ribolla».

L’alluvione

Nel 1966 ecco l’alluvione di Grosseto, «notizia oscurata dall’Arno che aveva invaso Firenze, ma la nostra città non fu da meno con le acque dell’Ombrone che arrivavano fino a piazza Dante e al terzo gradino del Duomo. Ho vissuto lo stordimento di quella visione che faceva passare di fronte a noi le presse giunte da via Ricasoli e che si scontravano con l’altra corrente arrivata davanti al Duomo attraverso via Manin. Don Amleto Pompily mi disse: “Bisogna avvisare il vescovo e dirgli che abbiamo mezza città sott’acqua”. E intanto pioveva e non c’era più luce e non c’erano i telefoni, e l’acqua correva nel corso fino a via Bonghi. Il nostro impegno fu immediato per raggiungere la prefettura attraverso via Montebello e far arrivare un messaggio in Vaticano, cosa che permise al vescovo del tempo di disporre di 5 milioni da mettere subito a disposizione degli alluvionati e fece nascere in cattedrale il nostro centro di assistenza, anticipando quello che poi il Comune organizzò al palazzo Cosimini. La sera raggiungemmo con un barchino, da piazza Gioberti, la casa di riposo per portare ai vecchietti nel terrazzo le coperte raccolte con la mia vecchia Lancia. In campagna le famiglie avevano perso il bestiame, salvo quelle che riuscirono a portare in camera i buoi».

La famiglia

«Io sono nato – ricorda ancora don Franco – in un paese minerario (Boccheggiano, ndr) da un minatore e là c’era solo la miniera, ma la mia costituzione non mi permetteva di pensare a un lavoro del genere, tant’è che fui avviato dopo la quinta elementare a imparare il mestiere del sarto, che invece fu imparato da mio fratello Renato, il quale non cuciva i vestiti ma “vestiva le persone”. Un bel modo per dire che il lavoro non è solo la ricerca della pagnotta quotidiana ma anche talento e saggezza senza i quali non si vive». Dal suo babbo don Franco ha imparato l’ottimismo («Ha cresciuto 4 figli nonostante le difficoltà»).

Don Orione

E fondamentale è stato l’incontro con don Orione per gli inizi del suo cammino di fede. «Da piccolo, la retta del seminario di Grosseto e Massa Marittima era di 150 lire al mese, mentre il mio babbo pigliava 8 lire al giorno: fate un po’ il conto con 3 figlioli (poi 4); se lui pagava la retta a me, loro non campavano». Sempre don Amleto Pompily, «altro sacerdote venuto da una famiglia povera e che fu parroco a Boccheggiano, mi informò dell’esistenza di don Orione, che aveva raccolto ragazzi di Messina e Avezzano. Mi disse: “Lui prende i ragazzi, li fa studiare e poi loro faranno quel che vogliono”. Fu così che io lasciai il mio mondo che finiva al Gabellino e mi ritrovai in una serata nebbiosa del 1938 a Tortona, nelle Langhe sulle rive della Scrivia, dove conobbi quest’uomo che oggi è santo, don Luigi Orione, sacerdote piemontese tutto dedito agli “scarti” di natura, coloro che la natura non aveva fatto nascere con la perfezione che tutti noi vorremmo e nei quali lui trovò l’impronta divina, amandoli. Dedicò la vita a queste creature, animato dalla passione di una gioventù da riscattare». Don Franco l’ha imparato bene, questo. E il suo messaggio ai politici è: «Stiamo uniti, diamo spazio all’accoglienza e alle culture, alle lingue e ai costumi diversi. È dal calore umano che si costruisce una comunità». —

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