Toscana
Lucio Battisti, Claudio Villa e il cacciucco «Da Macallè si fermavano davvero tutti»
Lo storico ristorante in fondo al lungomare ha lasciato una lunghissima scia di aneddoti nella città del golfo
follonica. Macallè, il ristorante degli anni ’50 che tanti ricordi risveglia nei follonichesi più in là con gli anni, negli anni ’90 si è meritato l’intitolazione di una via in sua memoria. Una via che ancora oggi richiama alle mente i fasti del passato del locale dove il pesce la faceva da padrona e dove sono passati tantissimi personaggi famosi che arrivavano da tutta Italia nella città del golfo.
Oggi di quel ristorante resta solo qualche fotografia in bianco e nero ma la nipote di Beppinello Saragosa, storico gestore dell’attività affacciata sul mare, racconta della sua infanzia, passata nella baracca famosa per il suo cacciucco. Lì, dove sono passati i cantanti più famosi dell’epoca.
Nessun ristorante stellato: Macallè era poco più di una baracca fatta di cannucce, e prendeva il nome da una città etiope, scenario di una sanguinosa battaglia colonialista dell’Italia ai tempi del fascismo. Il figlio di Beppinello intorno al 1935 si era infatti ritrovato arruolato nella guerra d’Etiopia e proprio di quella città aveva raccontato al padre in una lunga lettera.
Un nome che Beppinello aveva stampato in mente, tanto da tirarlo fuori ogni volta che parlava con gli amici.
Furono infatti gli amici, per prenderlo in giro, a scrivere “Macallè” su un cartello che venne appeso fuori dal chiosco. L’idea però piacque a Beppinello che non si offese, e il nome rimase.
Carla Gambina ricorda bene di quel chiosco che all’epoca si trovava al confine di Follonica, affacciato sulla strada che divideva la città da Pratoranieri, allora sotto Piombino. Beppinello, bisnonno di Carla, è ricordato come uno dei personaggi più eclettici della famiglia Saragosa: manovratore delle ferrovie, viveva nella casa cantoniera di fianco alla stazione e nel tempo libero era un geniale iniziatore di svariate attività. Era infatti un imprenditore, un intrattenitore e un uomo di mare.
Negli anni ’30, nel pezzo di terra concesso dal Bicocchi, creò un pittoresco e piacevole punto di ristoro, allestito alla buona, con tavoli e panche.
«Il mio bisnonno ha aperto quel locale negli anni ’30 – spiega la nipote Carla Gambina – ma si chiamò Macallè solo per pochi anni, poi dopo la guerra cambiò nome e divenne “Beppinello”».
Nell’attività lavorava anche la nonna di Carla, Arietta, figlia di Beppinello, ed è lei che ha portato avanti l’attività per moltissimi anni. «Era stato mio nonno Antonio Gambina a realizzare la struttura in legno del ristorante – dice Carla – All’inizio Macallè era una baracca molto semplice, con due fornelli a carbone e quattro panche, poi è subentrato il marito di Arietta. Lui – spiega Carla – era falegname e ha cominciato a costruire la trattoria vera e propria. Ha creato il locale che poi, nel corso degli anni, è diventato grande».
Il largo Macallè è stato fatto anche e sopratutto in onore di Arietta, morta nel 2015 a 97 anni.
«L’omaggio – spiega Carla – è stato voluto da Giuliano Zacchini».
La fama di Macallè è poi proseguita: il ristorante Beppinello nel ’75 si trasferì in uno dei fondi dei palazzi rossi dove è rimasto fino al 1985.
«Ci siamo trasferiti perché l’amministrazione decise che quella avrebbe dovuto essere una zona verde – spiega Carla – e allora abbiamo aperto nel nuovo fondo, dove siamo rimasti fino al 1985 quando l’attività è stata data ad altri gestori».
La fama del luogo però non è mai venuta meno proprio per la sua atmosfera. La trattoria era un luogo molto informale e piaceva a tutti, anche ai cantanti che negli anni ’60 si esibivano al Cantagiro.
«Lì ci sono stati Lucio Battisti, Peppino di Capri e Claudio Villa – dice Claudia – era un locale noto perché unico nel suo genere. All’epoca i ristorantini sul mare dove si poteva mangiare indossando un pareo non c’erano».
Nonostante siano molti anni che il locale ha chiuso, la fama è rimasta intatta: ancora oggi Macallè per i follonichesi non si trova in Etiopia ma in fondo al lungomare. — G.S.
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