Gioco
Ristoranti aperti solo per l’asporto «Almeno sospendeteci le utenze»
Un gruppo di gestori lancia l’appello alle associazioni di categoria: «Non riusciamo a pagare»
grosseto
Le sedie accatastate in fondo alla sala, i tavoli uno accanto all’altro, piatti e bicchieri negli scaffali: un ristorante chiuso, con le luci spente e nessuna prospettiva di tornare tra pentole e padelle alla svelta, mentre fuori il mondo ha ricominciato, piano piano, a muoversi. Bastava andare al mercato giovedì mattina, per rivedere un po’ di movimento, oppure riversarsi domenica pomeriggio in corso Carducci quando nemmeno la pioggia ha fermato chi aveva voglia di fare due passi, ora che i negozi hanno riaperto i battenti. I ristoranti no: sono ancora chiusi. «E con queste prospettive si rischia un disastro - dice Moreno Cardone, lo chef più applaudito in tv, patron dell’Uva e il Malto - Il mese di dicembre per le nostre attività e per i nostri conti è sempre stato fondamentale: quest’anno siamo chiusi e non sappiamo nemmeno quando potremo riaprire. Tornare a lavorare il 20 dicembre per richiudere subito dopo non servirà a nulla». Ieri mattina, un gruppo di ristoratori che portano avanti le loro attività nel centro della città, si sono ritrovati al ristorante dello chef, in via Mazzini, per lanciare un appello alle associazioni di categoria. «Almeno le utenze ce le dovrebbero sospendere - dice Emiliano Scorza del Pickeat - perché non abbiamo fatto incassi, non riusciamo a pagare ma non possiamo nemmeno permetterci di far staccare acqua, luce o gas, altrimenti non potremmo fare nemmeno quel poco che facciamo». Se alla prima ondata di coronavirus alla prima serrata, l’asporto per i ristoranti è stato una piccola boccata d’ossigeno, ora i titolari sono di nuovo in apnea. «Abbiamo speso circa tremila euro a testa per adeguare i nostri locali - dice ancora Cardone - abbiamo rispettato le regole quando ce le hanno imposte. Poi però, tutti sono potuti tornare al lavoro tranne noi».
A pesare su una categoria che a Grosseto da sempre è rappresentata da professionisti dei fornelli, c’è anche la scarsa comunicazione. «Ci chiudono all’improvviso, senza alcun preavviso - dicono in coro - poi ci dicono di riaprire dalla sera alla mattina. Ma noi lavoriamo con alimenti deperibili e ogni volta sono spese che si aggiungo alle spese».
Moreno Cardone ed Emliano Scorza non sono da soli: a rivolgersi direttamente alle associazioni di categoria sono anche Leonardo Peccianti, patron della Locanda dei Medici, Guido Conti della Cantina di piazza del Sale e Mattia Dall’Osto del Canto del Gallo. Ristoratori esasperati, alle prese con i conti che non tornano ormai da mesi. «Che i negozi siano riaperti e che i commercianti siano tornati a lavorare a noi non può fare altro che piacere - spiegano - ma noi non siamo e non possiamo essere additati come la causa di ogni male. Le spese corrono: basti pensare agli affitti, che dobbiamo pagare, perché i proprietari dei fondi nei quali siamo, sui canoni pagano le tasse. Poi ci sono i fornitori, le bollette, le tasse locali. Almeno queste ultime, le associazioni, dovrebbero chiedere che ce le sospendessero». Le banche ormai hanno chiuso i cordoni. «Gli interessi sul fido sono più del 10% - dice Scorza - e con la riforma, se una società sfora di 500 euro viene segnalata al Crif. Per il nostro settore è la fine».
L’unico ringraziamento dei ristoratori va al Comune. «Ha triplicato il suolo pubblico permettendoci di lavorare in estate - dice chef Moreno - senza chiederci un euro». Il resto, invece, è rimasto esattamente com’era prima che il coronavirus, oltre ad aver ucciso più di sessanta persone in Maremma, ha anche messo in ginocchio intere categorie di lavoratori. «I danni maggiori li vedremo tra un anno - pronostica Peccianti - quando avremo da pagare anche quello che abbiamo cercato di dilazionare ora. E sarà un disastro per intere famiglie che hanno sempre lavorato e che ora si trovano costrette a passare notti insonni a causa delle preoccupazioni per le loro attività». —
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