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Lo storico di fronte alla pandemia: "All’inizio io e tanti miei colleghi pensavamo fosse eccitante. Poi però..."
Gli avvenimenti di quest’anno sono un capitolo eccezionale per l’umanità. Ecco la riflessione di Alessandro Barbero
MASSA MARITTIMA. Professor Barbero, cosa pensa del modo in cui si sta raccontando la pandemia da coronavirus e dell’uso sempre più diffuso dei termini mutuati dalla semantica della guerra?
«Sono i governi che hanno iniziato a parlare della pandemia come di una guerra e lo hanno fatto, secondo me, avendo in mente una cosa ben precisa: che la guerra è il momento in cui tutti sanno che devono rinunciare anche ai loro diritti. Nelle grandi guerre del Novecento la gente accettava che il Governo all’improvviso dicesse: “Tu da domani non vai a lavorare ma vai in trincea”. Parlare di guerra è stato un modo per i Governi di chiarire che dovevamo aspettarci provvedimenti eccezionali, c’era poco da discutere. Parlare di guerra secondo me è legittimare il fatto che i Governi abbiano dovuto prendersi un enorme spazio di autorità sulla nostre vite. Poi significa anche sottolineare, ma si faceva più prima, l’eroismo di chi è in prima linea, di chi è in trincea, i medici gli infermieri».
Una situazione, quella dell’epidemia, che unisce?
«Usare i termini di guerra riporta anche all’idea che in guerra ci compattiamo. È un implicito richiamo all’unità, al ricordare che siamo tutti sulla stessa barca. Lì è stato strano, perché l’epidemia ha rilevato, sopratutto nella prima fase, la debolezza dell’Europa e la forza con la quale la nazione ha affrontato il problema per conto proprio. Ora con il discorso finanziario l’Europa si è svegliata, comincia ad avere un senso far parte della comunità europea».
Cosa significa per uno storico poter vivere una pandemia?
«All’inizio, io come tanti miei colleghi, ho pensato che fosse eccitante, emozionante, perché stiamo vivendo una vicenda storica. Poi, devo confessare, in realtà uno si rende subito conto che fare lo storico non significa attraversare, vivere in prima persona, ciò che si studia. Studiare la storia è un esercizio intellettuale, significa parlare col passato. Quando vivi immerso nella tua vita non hai tanta voglia di dire: “Che bella occasione, posso studiare la storia dal vivo”, neanche se sei uno storico di mestiere. Anche per me, come per tanti altri, prevale l’ansia di seguire in che modo quello che succede sta stravolgendo le nostre vite».
Quando finirà questa pandemia tornerà a viaggiare? Potrebbe venire in Maremma a presentare il suo libro.
«Non sono un gran viaggiatore ma l’anno prossimo, essendo così diverso, magari potrò pensarci. Alla Toscana mi legano degli anni meravigliosi, alcuni dei giorni più felici e liberi della mia vita: quelli del perfezionamento alla Normale di Pisa. Quanto alla Maremma, non sono un gran viaggiatore ma in compenso sono un bevitore di vino buono e ho sempre amato i rossi toscani più che i rossi piemontesi. Che detto da un torinese non va bene ma è la verità. E tra i rossi toscani quelli maremmani hanno un rapporto qualità prezzo meraviglioso, li amo molto». —
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