Gioco
Medioevo osé: per il suo best seller Barbero sceglie l'Albero della fecondità
Lo storico mette l’affresco di Massa Marittima in copertina. E spiega: "All'epoca si era meno pudici di oggi" - LE FOTO
MASSA MARITTIMA. L’albero della fecondità, l’affresco di fine Duecento che ha reso famosa la fonte di Massa Marittima, è stato scelto come immagine di copertina del libro “La voglia dei cazzi e altri fabliaux medievali” dello storico Alessandro Barbero, una ristampa Edizioni Effedì uscita da poche settimane. Sulla copertina – ha spesso precisato l’autore – è riportata la traduzione letterale del titolo di uno dei poemetti francesi che sono contenuti nel volume. Una provocazione piccante e una materia che nelle mani di uno storico del calibro di Barbero, provvisto della giusta ironia e arguzia, si è trasformata in un volume modernissimo, ricco di trovate sorprendenti e valore letterario.
Professore, perché ha scelto l’albero della fecondità per la ristampa del suo libro del 2009?
«L’ho suggerito io all’editore perché mi era sembrata un’immagine adattissima al libro, e l’editore si è subito trovato d’accordo. A me aveva colpito l’analogia dell’albero con uno di questi fabliaux che ho tradotto. Il contesto è tutt’altro, nel fabliaux si scherza mentre a Massa l’argomento è ben più serio ma comunque dimostra come nel Medioevo certi temi fossero meno di imbarazzo. In quanto all’analogia, mi riferisco al racconto di una signora che accoglie il marito che torna a casa dopo tanto tempo passato lontano. La signora ha in mente una cosa sola, si può immaginare, e invece il marito è stanco e quando vanno a dormire lui si addormenta subito. Lei rimane lì sveglia, a rodersi, e poi finalmente dorme, e sogna. Sogna di essere ad una grande fiera dove si vende un unico tipo di merce. O meglio, non un unico tipo, perché ce ne sono tanti tipi diversi: grandi e piccoli, nostrani e d’importazione, a poco prezzo per la povera gente e quelli di lusso per chi può spendere...».
Cosa rappresenta l’albero di Massa Marittima?
«Ci sono varie cose che si possono dire e nessuna è sicura. Sembra logico pensare che sia la celebrazione della fertilità, i falli evocano quello fondamentalmente. Noi non sappiamo assolutamente chi ha commissionato questo affresco e che cosa intendesse comunicare ma è una cosa pubblica, prodotta chiaramente per decisione dell’autorità e messa lì sotto gli occhi di tutti. Oggi quale consiglio comunale farebbe fare un affresco in una piazza in cui si raffigurano cose del genere? L’affresco non è certo uno scherzo, un gioco o una battuta. Immaginiamo che sia una cosa benaugurale. L’acqua è la vita per la campagna e quindi il senso è probabilmente quello. Sto facendo delle ipotesi, ma alcune conseguenze si possono comunque trarre. E la conseguenza principale è che nel Medioevo non si era così pudici come si è oggi, c’era grande libertà nel trattare certi argomenti».
Nel Medioevo si era più liberi anche con il linguaggio?
«Il linguaggio è sempre una cosa delicata e anche allora le parolacce erano identificate come tali, c’erano espressioni che gli uomini usavano tra loro ma che in bocca a una signorina beneducata avrebbero fatto un brutto effetto. Il fabliaux fa comunque parte di un contesto di cui nel Medioevo si rideva e si scherzava volentieri, senza troppo pudore e senza preoccuparsi dell’oscenità. Quella era una società molto libera da quel punto di vista. Lo dimostrano le novelle del Boccaccio, quelle che a scuola non leggiamo, ce ne sono di molto spinte, eccome se ci sono. Nel Cinquecento e nel Seicento Boccaccio è poi stato censurato. Nel Medioevo era comune raccontare aneddoti e barzellette legate alla vita sessuale».
E noi oggi siamo meno liberi rispetto al Medioevo?
«Noi viviamo in un modo di incredibile libertà, la pornografia di qualunque genere gira liberamente, ma un affresco con dei falli in pubblico da noi non si può fare. E questo limite è dimostrato anche dal fatto che il titolo del mio libro crei imbarazzo. Eppure è la traduzione letterale del titolo di uno di questi poemetti. La nostra libertà ha dei confini diversi rispetto a quella che aveva la loro. E non siamo necessariamente più disinvolti, anzi non lo siamo affatto».
Come nasce questo libro?
«Uno dei motivi per cui amo il Medioevo è la sua letteratura, non solo quella più conosciuta. C’è una vastissima letteratura medievale che è di una ricchezza che la gente non sospetta. Quando ho scoperto i fabliaux mi sono divertito da matti a leggerli e poi mi è venuta voglia di provare a tradurli. Sono poemetti in versi, a tradurli alla lettera per il nostro gusto non vanno più bene. Allora io mi sono detto, è possibile renderli in una lingua che sia divertente e moderna senza però perdere lo spirito e il contenuto? L’ho fatto. Quando ho pensato di pubblicarli non sono andato da un grande editore ma ho giocato con un piccolo editore della città in cui insegno, Vercelli. Avevano voglia di pubblicare qualcosa di mio così gli ho detto “una cosettina ce l’avrei, è un po’ fuori dal normale ma se ti va...”». —
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