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Gessi rossi per ripristinare la cava Il Comitato Val di Farma dice no
Il progetto presentato dalla Venator bocciato dagli ambientalisti: «Troppi i rischi di questa scelta»
Campagnatico
Si riaccende il dibattito sul progetto di ripristino delle cave di Pietratonda, utilizzando i gessi rossi derivati dalla lavorazione del biossido di titanio negli stabilimenti di Venator a Scarlino.
Dopo la precisazione dell’azienda sull’uso e sulle caratteristiche del prodotto di scarto, interviene il comitato Val di Farma, da anni in prima fila in difesa dell’ambiente e che ben conosce le vicende legate ai siti di stoccaggio dei gessi rossi. «Abbiamo letto attoniti le dichiarazioni di Venator apparse sul Tirreno del 4 dicembre e ci siamo sentiti in dovere di commentarle. Come Comitato Val di Farma abbiamo messo in discussione l’opportunità del progetto “di ripristino” della cava dell’Incrociata presentato da Accornero, attraverso il quale Venator avrebbe finalmente un posto in cui stoccare quei gessi rossi che ormai da anni non sa dove mettere», scrivono riassumendo alcune delle osservazioni inviate alla Regione, in riferimento a quanto sostiene Venator. «Nel 2008, 2009 e 2010, Arpat effettuò alcune analisi nel parco di Montioni dalle quali risultò che i valori di nichel, cadmio, cromo, vanadio, manganese e rame presenti superavano i limiti di legge. Metalli pesanti, alcuni classificati dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come “cancerogeni certi per l’uomo” e altri come “probabili cancerogeni”, che hanno la peculiarità di bioaccumularsi nell’organismo. Vengono, cioè assorbiti ma non si smaltiscono, e nel tempo diventano pericolosi. Già nel 2017 l’Agenzia europea delle sostanze chimiche ha chiesto che il biossido di titanio fosse classificato come cancerogeno di tipo 2, mentre la Direttiva 2008/98/CE dice che “la declassificazione da rifiuto pericoloso a rifiuto non pericoloso non può essere ottenuta attraverso una diluizione o una miscelazione del rifiuto». Se quindi il biossido di titanio – spiega il comitato – sarà classificato come cancerogeno, quindi rifiuto pericoloso, la stessa sorte toccherà ai gessi rossi che lo contengono. Il principio di precauzione suggerisce che, esistendo un dubbio di pericolosità, debba essere attentamente valutato.
Nel 2011 la Tioxide tentò di commercializzare i gessi rossi come ammendante in agricoltura con il nome “Agriges”. La società Bandite di Scarlino, prima di deciderne l’utilizzo, effettuò alcune analisi dalle quali risultò che i quantitativi di vanadio, cromo, e manganese superavano i limiti previsti dall’allegato V del decreto 152/2006. Nella Relazione territoriale sulla regione Toscana, redatta nel 2018 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esser correlati, si legge che «(. . .) gli esami effettuati hanno consentito di accertare che tale sostanza non è idonea come rifiuto al ripristino ambientale; (…) gli accertamenti analitici su (. . .) “Agriges” hanno concluso per l’inidoneità dello stesso, a causa della presenza (…) di cromo esavalente, superiore al limite consentito (…). È stata anche accertata la presenza di alcuni metalli pesanti (. . .) berillio, cobalto, cromo totale».
Del resto è la stessa Venator a dire, nella Dichiarazione cautelativa relativa alle dichiarazioni previsionali del 5 novembre che «queste dichiarazioni previsionali sono soggette a rischi, incertezze e altri fattori, inclusi l’aumento della produzione, l’etichettatura, i regolamenti sullo smaltimento dei rifiuti e la classificazione del TiO2 come cancerogeno nell’UE». Infine documenti già inviati alla Regione testimoniano la presenza di falde acquifere nella zona dell’Incrociata. E la condizione morfologica precedente alle attività di scavo non era assolutamente “la collinetta” che Accornero e Venator prevedono di realizzare. «Il livello del terreno, nel 1954, era poco più alto dell’attuale livello del laghetto. Ovvero c’era una valletta, non una collinetta», conclude il comitato Val di Farma.—
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