Il Tirreno

Grosseto

i funerali nella chiesa di san giuseppe 

«Ciao Robbè, te vojo bene» L’ultimo saluto a Fossili nel messaggio di un collega

p.s.
«Ciao Robbè, te vojo bene» L’ultimo saluto a Fossili nel messaggio di un collega

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Grosseto

No, non è possibile. Però sarebbe bello poter dire a Roberto Fossili “Lazzaro, vieni fuori”, come nel Vangelo di san Giovanni letto poco prima nel rito funebre. Don Fabio Bertelli accarezza l’idea e la rende pubblica dall’altare, sottovoce per tutta la celebrazione in ricordo dell’ex carabiniere. Sarebbe bello ma la realtà è tutt’altra. E chi potrà trovare mai le parole per consolare Antonella la moglie e Cecilia la figlia?

Fuori, nel piazzale, una gazzella dell’Arma con il lampeggiante acceso, colleghi di un tempo, personale degli uffici giudiziari, parenti, amici, conoscenti, quelli non sono riusciti ad entrare nella chiesa di San Giuseppe. Assiste alla funzione la procuratrice capo Maria Navarro intervenuta con il sostituto Salvatore Ferraro.

Troppo presto se n’è andato via. «Era a metà della vita, ancora con tante cose da fare, in famiglia e altrove». Aveva 56 anni, la stessa età del sacerdote (pochi giorni di differenza, fa notare don Fabio): dice che Roberto non l’aveva conosciuto ma ne sarebbe stato felice, per quello che ne ha sentito dire in questi giorni, in queste ore. Carlo Renzo Franceschini, già luogotenente e suo collega in Procura, legge la preghiera alla Virgo Fidelis; nella chiesa risuonano anche le parole affettuose della nipote Valentina impossibilitata a essere presente. Poi al leggio si presenta “Giggio”, un collega: Luigi Labartino che ha scritto una lettera per Roberto in tono assolutamente colloquiale, come se Giggio e Robbè, come si chiamavano fra di loro, fossero seduti sul divano, parlando in romanesco: «Robbè, te vojo scrive’ così, come parlavamo fino a pochi giorni fa...» è l’inizio dell’addio. Il silenzio si fa ancora più profondo. «C’ho avuto l’onore Robbè de conoscete pe’ ventun’anni. Dico l’onore, perché sei stato in questa vita e lo sarai pe’ sempre un amico vero, un fratello maggiore. Pijavi tutti in giro, più s’arabbiavano e più li pijavi in giro. Facevi sempre “la scema”, “la pazza” dentro a quell’autoradio, in ufficio, sempre. Io me chiedevo: ma chi è quer tipo che è più scemo de me? Se semo subito capiti e grazie a te ho potuto impara’ mejo come se possono affronta’ le varie problematiche lavorative: t’ho visto sempre capace, sicuro, e a me non m’hai mai negato quer soriso che me rimarrà stampato e che nessuno me lo po leva’, manco er tempo. Er bene che se po vole’ a una persona assume tante sfaccettature, risultando alla fine un vole’ bene pe’ un verso e pell’artro... Io te vojo bene e basta, senza sfaccettature. Me porto solo ’na consolazione: ’na settimana fa t’ho detto ar telefono “Robbè, te vojo bene e pure tanto”, te mi hai risposto “Pure io, Gi’”. T’aspettavo che uscissi dall’ospedale pe’ pote’ fare insieme qualche passeggiata. Mettendome in fila, aooo! Dopo Cecia, ovvio! Invece... sto qua a datte l’urtimo saluto». E ancora: «Adesso che Gesù Cristo possa sentimme: te possa perdona’ pe’ qualche eventuale sbajetto che avrai fatto quaggiù, ritajatte un pezzetto de Paradiso... Ma daje, andrebbe bene pure comincia’ dar Purgatorio tanto pe’ inizia’ la salita. Che sempre Gesù Cristo possa, co’ l’aiuto de chi te vole veramente bene, fa’ trova’ un po’ de pace, ’na consolazione a ’ste du’ donne che t’hanno colorato la vita. Io che t’ho vissuto ar margine me sento migliore anche grazie a te pe’ quello che m’hai insegnato senza insegnamme. So’ sicuro che cor tempo, dopo la disperazione, usciranno fuori ’na moje e ’na fija che porteranno sempre co’ loro la bellezza che sei stato. Tutti, guardando i loro occhi e ascortando i loro cuori, s’accorgeranno che nun so’ in due, ma ce sei pure te. Grazie pe’ esseme stato amico». Non c’è applauso, ma è come se ci fosse stato, come se Roberto l’avesse sentito. —

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di Redazione web