Sicurezza
Colonialisti e sessisti: il filo rosso della Storia
All'Isgrec il professor Gabrielli riannoda le continuità tra le guerre in Africa e il razzismo (anche di genere) dei giorni nostri
GROSSETO. Il colonialismo italiano, il razzismo, il sessismo. C’è un filo rosso che lega la violenza sulle donne, la cultura sessista ancora imperante in Italia e il suo passato colonialista, fascista, razzista. Lo spiegherà oggi sui canali on line dell’Isgrec il ricercatore storico e docente Gianluca Gabrielli che affronterà il tema “Il razzismo coloniale italiano: storia, articolazioni sessiste e il problema attuale della mancata rielaborazione” nella seconda delle tre lezioni del corso “Italia e Africa. Origini e contemporaneità di una relazione”, rivolto principalmente a insegnanti ma non solo (ore 18).
Dottore di ricerca, ricercatore, docente in una scuola elementare a Bologna (publicazioni su novecento.org), spiega al Tirreno: «Il razzismo coloniale italiano ha avuto una prima fase, fino al 1935-1936, quando fascismo decide di invadere l’Etiopia. È un razzismo di fatto: non ci sono leggi razziste, ma la superiorità dei bianchi è affermata nel modo di vivere».
Una di queste pratiche era il “madamato”, l’affitto di giovani donne locali, giovanissime, perfino bambine, come compagne sessuali e donne di casa. «È quello che racconta Montanelli – dice Gabrielli –, l’esperienza con una dodicenne, poi quattordicenne, affittata con tanto di contratto».
Il madamato era addirittura una leva utilizzata per convincere giovani uomini italiani a trasferirsi nelle colonie.
Addirittura circolavano cartoline per soldati, come quella scelta dall’Isgrec per il manifesto del corso, che raffigura schiave etiopi in esposizione al mercato, con il cartello: «Schiave a prezzi da convenire» e due giovani soldati intenti nell’acquisto.
«Anche la canzone “Faccetta nera” – dice Gabrielli – dipinge le etiopi in modo da attirare i giovani uomini italiani, descrivendo la colonia come luogo di facile appropriazione delle locali, con tutto l’esotismo e il disprezzo che le donne locali suscitavano».
Così fu nella prima fase della guerra. «Poi c’è un cambiamento – spiega Gabrielli –. Mussolini teme una colonizzazione di massa che avrebbe innestato una vicinanza tra bianchi e locali, temeva un impero di meticci, allora considerati una “degenerazione”. E temeva una conseguente diminuzione del potere dei bianchi. Per il fascismo il dominio doveva essere netto».
È a questo punto che il razzismo coloniale italiano cambia segno. «Da appropriazione di quel che si trovava diventa un razzismo di apartheid – dice Gabrielli –. Da quel momento anche la consuetudine di affittare le donne fu condannata, non perché si riconoscesse il reato, ma perché il rifiuto delle relazioni era a tutela della “razza” italiana».
Una volta caduto il fascismo e abolito il razzismo di Stato, è rimasto il primo razzismo. Ed è rimasto il sessismo verso la donna africana.
Si arriva così agli anni recenti, quando l’immigrazione dall’Africa fa riemergere quel razzismo vecchio stampo, «quello – dice Gabrielli – che considera la donna africana più disponibile, oggetto del desiderio, ma anche oggetto disprezzabile».
Ma quali sono nel 2020 gli anticorpi a questo razzismo?
«La questione deve essere oggetto di dibattito e non deve rimanere in un angolo silenzioso – conclude Gabrielli –. Non bisogna lasciare nel silenzio questo nostro passato scomodo, bisogna parlarne, discuterne, favorirne gli studi. Questo è l’antidoto principiale». —
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