Il Tirreno

Grosseto

No alla violenza sulle donne

Colonialisti e sessisti: il filo rosso della Storia

Francesca Ferri
Una cartolina di epoca fascista sulla vendita di donne etiopi ai soldati italiani
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Una cartolina di epoca fascista sulla vendita di donne etiopi ai soldati italiani

All'Isgrec il professor Gabrielli riannoda le continuità tra le guerre in Africa e il razzismo (anche di genere) dei giorni nostri 

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GROSSETO. Il colonialismo italiano, il razzismo, il sessismo. C’è un filo rosso che lega la violenza sulle donne, la cultura sessista ancora imperante in Italia e il suo passato colonialista, fascista, razzista. Lo spiegherà oggi sui canali on line dell’Isgrec il ricercatore storico e docente Gianluca Gabrielli che affronterà il tema “Il razzismo coloniale italiano: storia, articolazioni sessiste e il problema attuale della mancata rielaborazione” nella seconda delle tre lezioni del corso “Italia e Africa. Origini e contemporaneità di una relazione”, rivolto principalmente a insegnanti ma non solo (ore 18).

Dottore di ricerca, ricercatore, docente in una scuola elementare a Bologna (publicazioni su novecento.org), spiega al Tirreno: «Il razzismo coloniale italiano ha avuto una prima fase, fino al 1935-1936, quando fascismo decide di invadere l’Etiopia. È un razzismo di fatto: non ci sono leggi razziste, ma la superiorità dei bianchi è affermata nel modo di vivere».

Una di queste pratiche era il “madamato”, l’affitto di giovani donne locali, giovanissime, perfino bambine, come compagne sessuali e donne di casa. «È quello che racconta Montanelli – dice Gabrielli –, l’esperienza con una dodicenne, poi quattordicenne, affittata con tanto di contratto».

Il madamato era addirittura una leva utilizzata per convincere giovani uomini italiani a trasferirsi nelle colonie.

Addirittura circolavano cartoline per soldati, come quella scelta dall’Isgrec per il manifesto del corso, che raffigura schiave etiopi in esposizione al mercato, con il cartello: «Schiave a prezzi da convenire» e due giovani soldati intenti nell’acquisto.

«Anche la canzone “Faccetta nera” – dice Gabrielli – dipinge le etiopi in modo da attirare i giovani uomini italiani, descrivendo la colonia come luogo di facile appropriazione delle locali, con tutto l’esotismo e il disprezzo che le donne locali suscitavano».

Così fu nella prima fase della guerra. «Poi c’è un cambiamento – spiega Gabrielli –. Mussolini teme una colonizzazione di massa che avrebbe innestato una vicinanza tra bianchi e locali, temeva un impero di meticci, allora considerati una “degenerazione”. E temeva una conseguente diminuzione del potere dei bianchi. Per il fascismo il dominio doveva essere netto».

È a questo punto che il razzismo coloniale italiano cambia segno. «Da appropriazione di quel che si trovava diventa un razzismo di apartheid – dice Gabrielli –. Da quel momento anche la consuetudine di affittare le donne fu condannata, non perché si riconoscesse il reato, ma perché il rifiuto delle relazioni era a tutela della “razza” italiana».

Una volta caduto il fascismo e abolito il razzismo di Stato, è rimasto il primo razzismo. Ed è rimasto il sessismo verso la donna africana.

Si arriva così agli anni recenti, quando l’immigrazione dall’Africa fa riemergere quel razzismo vecchio stampo, «quello – dice Gabrielli – che considera la donna africana più disponibile, oggetto del desiderio, ma anche oggetto disprezzabile».

Ma quali sono nel 2020 gli anticorpi a questo razzismo?

«La questione deve essere oggetto di dibattito e non deve rimanere in un angolo silenzioso – conclude Gabrielli –. Non bisogna lasciare nel silenzio questo nostro passato scomodo, bisogna parlarne, discuterne, favorirne gli studi. Questo è l’antidoto principiale». —

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