Sicurezza
Le ostetriche che prima sono mamme «Mi sono state accanto per 40 ore»
Carmela Piccirillo ha avuto un parto difficile. E ora vuole ringraziare gli angeli che l’hanno aiutata in ospedale
la storia
giovanna mezzana
Carmela ha 41 anni e un buon lavoro: è responsabile dell’ufficio mutui di un’agenzia immobiliare. Vive a Gavorrano: per amore; lei arriva infatti dalla Capitale, è romana, ma ha sposato un maremmano. Oggi Carmela, Carmela Piccirillo, ancor prima di essere una consulente finanziaria, è una mamma. La mamma di Pietro, che ha due mesi, e che – prima di aprire i suoi occhi sul mondo – l’ha fatta faticare non poco: ci sono volute 40 lunghissime ore da quando lei è entrata all’ospedale Misericordia a quando il piccolo è nato. Poi, prima di tornare a casa, sono trascorsi altri nove giorni. Oggi Carmela è una mamma felice e vuole ringraziare quegli “angeli” che le sono stati accanto in quei momenti così difficili.
«Ciò che non si conosce spesso ti prende alla sprovvista e riesce a sorprenderti inevitabilmente», esordisce. «Sono una mamma da poco più di due mesi – dettaglia – e sono a scrivere non la mia storia ma quella che vive il reparto di ostetricia e la neonatologia dell’ospedale Misericordia di Grosseto ogni volta che arriva una donna che non è mai totalmente pronta a dare alla luce suo figlio».
«Chi, non ha mai osservato con tenerezza questo reparto passando da lì – si chiede Carmela – pensando a quelle piccole anime che al primo respiro cambiano la vita a tutti coloro che già le amano, ciascuna, da nove mesi?» . «In realtà – riprende la sua descrizione la mamma di Pietro – queste donne che lavorano nel reparto affrontano ogni volta un’esperienza diversa, che in alcuni rari casi, non finisce nemmeno bene». Anche durante quelli che dovrebbero essere gli istanti più belli dell’esistenza di una donna – il momento in cui dà alla luce un figlio – può accedere, intende dire Carmela, l’imprevisto, la complicazione...
«Ebbene – dice – io sono una di quelle mamme che non ha avuto un parto facile ed è per questo che voglio ringraziare una a una queste donne, che prima sono mamme, e voglio loro esprimere tutta la mia stima e l’affetto che in pochissimo tempo sono riuscita a provare per loro».
Sono «ostetriche, infermiere e operatrici socio sanitarie eccezionali – descrive – che mi hanno sempre teso una mano sempre: e durante la mia permanenza lì non c’è stata una sola notte tranquilla: loro correvano sempre».
«Per prima ringrazierei Elisa Bellumori, ostetrica coordinatrice del reparto – comincia Carmela – Lei è stata la persona che ho “vissuto” meno, ma vi assicuro che nel momento in cui doveva esserci, c’è stata ed io non dimenticherò mai la sua umanità».
«Penso a Francesca Bini e Serena Bernabei, le “mie ostetriche”, dico io: straordinarie, presenti, complici. Mio figlio è nato nelle mani di Francesca: non potrò mai dimenticare né lei né Serena con la quale durante il mio travaglio abbiamo anche riso».
«Ma c’era anche una mamma per eccellenza, una operatrice socio-sanitaria incredibile, Daniela Nannetti, che mi ha permesso di vedere la nascita di mio figlio porgendomi uno specchio. Incredibile».
«E questo è stato l’inizio – aggiunge – Ringrazio Carmela Natoli, non dimenticherò mai la sua commozione quando mi raccontò una storia che avrebbe dovuto finire in un altro modo, insieme a Fabiola Zambernardi, Francesca Lisciani, Franca Guerrini, Giulia Verde, Giorgia Di Buono, Barbara Civilini, Jannike Durand, Maria Rosaria Lepore, e mi scuso se ho dimenticato qualcuna».
«In questo reparto ad arricchirlo – racconta poi Carmela – ci sono due Oss speciali, consulenti della Leche League, che offrono le loro competenze senza alcuno scopo di lucro dentro e fuori l’ospedale, con assiduità, e rinunciando al loro tempo libero per un “credo”. E lo fanno sostenendo noi mamme, soprattutto quelle in difficoltà; senza di loro infatti cederemmo alla tentazione di rinunciare alla cosa più bella che esiste al mondo subito dopo la nascita di tuo figlio: l’allattamento. Loro sono Daniela Nannetti e Fabiola Zambernardi». «Vorrei accendere una luce su questo reparto e queste persone – conclude Carmela – nella speranza che venga riconosciuta la giusta gratificazione a chi lavora al di là dello stipendio, donando tutta se stessa. E, soprattutto, perché venga riconosciuto un ruolo e venga valorizzato a queste donne della Leche League». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
