Il Tirreno

Grosseto

la sentenza 

Costretta a indossare il velo e a sopportare i tradimenti

Francesca Gori
Costretta a indossare il velo e a sopportare i tradimenti

Il marito violento patteggia pena di 10 mesi: la donna è riuscita a dare l’allarme inviando un messaggio sulla chat di Whatsapp del corso di preparazione al parto

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FOLLONICA

Non esiste un aumento della pena per ogni sopruso subito. Esiste il reato di maltrattamenti, che è stato contestato a un quarantaduenne di origini marocchine che per otto anni ha sottomesso sua moglie, una donna di trent’anni che una volta interrotta la relazione con l’uomo, è scappata nel suo paese d’origine, dal quale è poi rientrata senza far sapere nulla all’ex marito.

Il processo a carico dell’uomo, difeso dall’avvocato Maria Giovanna Nannetti e celebrato dal giudice Sergio Compagnucci (sostituto procuratore Valeria Lazzarini), si è concluso con il patteggiamento di una pena di 10 mesi. «Povera accattona, mendicante», gli diceva spesso il marito mentre la picchiava, schiaffeggiandola, spingendola e strattonandola, prendendola a calci. Denigrandola e minacciandola anche di morte. Ma soprattutto, sottomettendola completamente, tanto da impedirle anche di tenere le finestre della loro abitazione aperte per evitare che altri uomini la vedessero passando dalla strada.

Lei non poteva uscire da sola, non poteva lavorare e non poteva nemmeno avere relazioni sociali con altre persone. Lui invece, poteva tranquillamente uscire anche con altre donne, guardare film porno in casa, la sera sul divano, e cercare la compagnia di prostitute. Qualche volta, aveva raccontato la donna ai carabinieri che hanno svolto le indagini, lui l’aveva portata là dove le abbordava e l’aveva lasciata a lungo per strada, umiliandola.

La vicenda è emersa lo scorso maggio, quando la donna, ormai esausta per la situazione che si trovava costretta a vivere da 8 anni, da quando cioè era stata costretta da suo padre a sposare quell’uomo che non amava e con il quale non voleva condividere la sua vita, aveva raccontato dei maltrattamenti che stava subendo inviando un messaggio nella chat di Whatsapp del corso di preparazione del parto che seguiva in una città del nord della provincia. L’ostetrica del consultorio, avvertita da una delle donne che faceva parte della chat, aveva subito avvertito la dottoressa referente per il Codice rosa.

Da lì era partita quindi la segnalazione alla Procura. La sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri era stata poi incaricata di svolgere le indagini. Di fatto la trentenne non aveva alcun documento che provasse quello che era stata costretta a subire: non si era mai rivolta all’ospedale, non aveva mai fatto cenno a nessuno dell’inferno che era costretta a vivere.

Da quando aveva sposato quell’uomo scelto per lei dal padre, era stata costretta a indossare il velo e a non avere più relazioni con nessuno, tranne che con il marito. La donna era stata costretta a smettere di studiare e l’uomo le aveva anche tolto i documenti, per evitare che si allontanasse.

Veniva umiliata, offesa e qualche volta picchiata quando non preparava in tempo utile il cibo al marito o quando non usciva per gettare la spazzatura. Una volta aveva chiesto al marito di farlo al posto suo, come risposta aveva ricevuto l’ira violenta dell’uomo.

Ogni giorno era costretta a lavare i piedi all’uomo al suo rientro dal lavoro e non poteva nemmeno telefonare alle sue amiche o ai suoi familiari. Men che meno poteva utilizzare social network. Il marito non voleva che salisse sulla loro auto nuova, senza che prima si pulisse accuratamente le scarpe: lei aveva sempre acconsentito senza mai sottrarsi, ai rapporti sessuali che lui pretendeva. In più, ogni giorno le controllava il cellulare e doveva anche subire i suoi continui tradimenti con altre donne. —



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