Il Tirreno

Grosseto

bellacchi lungo l’argine 

«Le due alluvioni erano partite da quel tratto»

Alfredo Faetti

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Dal parcheggio dell’hotel Il Parco, a Grosseto sud, l’argine dell’Ombrone sembra una semplice collina artificiale, su cui le persone passeggiano vestite da jogging.

Fabio Bellacchi però volge lo sguardo verso la base e subito gli ritorna un’immagine di 54 anni prima. «A me sono sempre piaciuti i mezzi – dice – Qua c’era una fila di camion americani a tre assi e due caterpillar: lavorarono senza sosta per riuscire a riportare la situazione in sicurezza». È qui, in questo terreno oggi ricoperto di asfalto, che l’Ombrone ruppe l’argine dando forma all’alluvione che travolse Grosseto e la pianura che la circonda. «Avevo quattordici anni e ricordo l’odore, il puzzo: c’erano animali morti ovunque». Le cronache del tempo raccontano di oltre mille carcasse. «Il governo centrale fu davvero efficiente a sventare il rischio di un’epidemia», racconta Bellacchi, presidente di quel Consorzio di Bonifica Toscana sud, chiamato a mitigare quanto più possibile il rischio idrogeologico, innescato molte volte, ieri come oggi, dalla mano dell’uomo.

Questo tratto d’argine ne è la dimostrazione storica. «Sia l’alluvione del ’44 sia quella del ’66 sono partite da qui – spiega Bellacchi – Una volta è un caso, due significa che c’è qualcosa che non va». L’errore, dice, fu commesso durante la realizzazione dell’argine, quando il nobiluomo proprietario del terreno, affinché rimanesse intatto, decise di deviare il corso del fiume con una curva. «Questa curva, da San Martino – spiega il presidente - dà uno spazio all’acqua di circa sei chilometri, per poi arrivare a questa curva che non è più grande di 600 metri». Ecco che la furia della piena fece cedere l’argine. I lavori recenti hanno sventato questo rischio, rafforzando l’anima dell’argine e migliorando le condizioni del corso, facendo in modo che da qui possano correre solo i ricordi della tragedia del ‘66. «Fu un disastro – prosegue Bellacchi – Le botteghe erano distrutte e c’era tutta la roba per strada. Ricordo che le persone lavavano con insistenza i vestiti e i panni, ma quando si asciugavano restavano comunque le chiazze di gasolio. Quella non era solo acqua: dentro l’alluvione ci finì di tutto». Un’altra immagine impressa nella mente di Bellacchi è quella della mole di persone accorsa da tutta la Maremma nel capoluogo per spalare il fango. Tra loro, un numero notevole di roccastradini.

«L’emergenza fece scattare la solidarietà tra persone che nemmeno si conoscevano – le parole del sindaco Francesco Limatola in occasione dell’anniversario - Anche i nostri cittadini non persero l’occasione per aiutare la propria la città di Grosseto, confermando, ieri come oggi, lo spirito solidale del nostro territorio. Un impegno collettivo, che continua tuttora – conclude - grazie al quale sapremo superare le difficoltà che stiamo vivendo a causa dell’emergenza sanitaria in atto». —

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