Il Tirreno

Grosseto

Nuove regole sul taglio del bosco «In Amiata disastro economico»

Nuove regole sul taglio del bosco «In Amiata disastro economico»

Allarme di Asea, attacco a Italia Nostra: «Vogliono venire a dirci come gestire il nostro modo di vivere»

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castel del piano

Un vero e proprio tsunami si sta abbattendo sul mondo forestale amiatino e toscano in questo autunno. L’effetto della recente sentenza del Consiglio di Stato, che ha evidenziato come nei boschi vincolati paesaggisticamente per decreto ministeriale le utilizzazioni debbano essere assoggettate a parere vincolante della Soprintendenza, e il successivo parere della Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo, secondo cui sono compatibili con il mantenimento del paesaggio alberi ad alto fusto o ceduo composto, rendono di fatto impossibile la produzione di paleria di castagno, su cui si basa gran parte dell’economia forestale amiatina.

La denuncia arriva dal settore boschivo di Asea, l’Associazione per lo sviluppo economico del Monte Amiata.

«Secondo il parere della soprintendenza, che è vincolante per gli uffici forestali locali – spiega l’associazione – il ceduo semplice matricinato, l’unica forma di gestione del castagneto idonea alla produzione della paleria, deve scomparire dall’Amiata. Dopo la crisi del 2008, il settore aveva incominciato a risollevarsi negli ultimi anni, grazie anche alla richiesta di questo prodotto, particolarmente apprezzato per l’arredo urbano e l’agricoltura, e certamente più ecosostenibile rispetto al pino di Svezia o al cemento. Dopo questo pronunciamento sarà impossibile continuare nella produzione, con tante ditte boschive, che negli anni si erano specializzate in questo settore, che saranno costrette a ridimensionarsi o addirittura a chiudere».

Conseguenza ne sarebbe il crollo del valore dei prezzi dei terreni boscati sull’Amiata.

«Il ceduo di castagno per paleria – dice Asea – è una forma di gestione tradizionale dei boschi amiatini, da sempre praticata e ulteriormente ampliata negli anni ’50 per cercare di salvare il castagno dal cancro corticale che stava decimando soprattutto il castagneto da frutto. Proprio grazie alle ceduazioni i boschi di castagno si sono ripresi e oggi gli attacchi, assai gravi in altre parti del nostro paese, sono sporadici e del tutto ininfluenti sulla sopravvivenza della specie. Quindi, la tanto deprecata ceduazione ha contribuito in maniere determinante a salvare migliaia di ettari di castagneti, proprio quelli stessi soprassuoli che oggi la soprintendenza, verosimilmente ignara della storia selvicolturale e dei principi della fitopatologia forestale, vorrebbe tutelare impedendone il taglio a ceduo. Adesso, quindi, si vorrebbe inventare un altro modo di coltivare il bosco di castagno, imponendo addirittura il ceduo composto, una forma di governo del bosco del tutto inapplicabile al castagno, oppure l’alto fusto, per ottenere il quale occorre però un sostegno finanziario per il proprietario, essendo l’intervento non economico».

In entrambi i casi Asea prefigura un destino fosco per questi splendidi boschi, «fra i più produttivi e pregevoli d’Italia», ovvero «quello dell’abbandono e con esso il degrado e il venir meno, oltre al legno, anche di un altro dei prodotti per i quali l’Amiata è famoso, ovvero il fungo amiatino, che ha bisogno della luce per nascere e crescere, trovando nelle giovani e luminose palaie di castagno il suo habitat ideale».

Se le regole di utilizzazione saranno queste, secondo Asea non solo le ditte boschive saranno destinate a chiudere ma tutta l’economia che ruota attorno al bosco di castagno (segherie, impianti per la produzione di tannino, impianti a biomassa, commercianti, ristoratori) e che sull’Amiata produce un giro d’affari di vari milioni di euro all’anno, entrerà in sofferenza, innescando un effetto domino dagli imprevedibili effetti socio-economici, non essendovi al momento alternative reddituali».

Ma da cosa deriva questa decisione? Asea punta il dito contro l’associazione ambientalista Italia Nostra. «È chiaro – dice Asea – che questa decisione prende le mosse dal documento prodotto dall’Associazione “Italia Nostra” in merito, poiché nel parere è letteralmente riportato (copia e incolla) ciò che è scritto nel documento. Tutto questo senza mai consultare il nostro settore come sarebbe consono fare in un normale processo di concertazione. Questo è inaccettabile. Tutto ciò perché qualche “illuminato” crede che con questa norma le chiome degli alberi saranno più uniformi e non si vedranno più i boschi di castagno tagliati che arrecano disarmonie visuali, essendo il neonato bosco “più basso”, del verde circostante. Roba da matti! Non possiamo accettare che qualcuno possa decidere il nostro modo di vivere e di lavorare, il nostro destino [...]. I nostri avi tagliavano faggi e castagni ben più intensamente di quanto si fa adesso e non si può pensare di cambiare completamente una pratica che aiuta la natura a rigenerarsi. Siamo basiti di come per l’ennesima volta si voglia “istruire il selvaggio” ossia dire a chi vive e lavora su un territorio come viverlo e conservarlo».

Da qui la richiesta di Asea alle istituzioni, locali e non, di «darsi una svegliata». —

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