Il Tirreno

Grosseto

Il disinteresse della collettività per chi vive ai margini della società

massimiliano frascino

Le istituzioni dovrebbero farsi carico delle persone in difficoltà senza lasciare questo compito alle sole famiglie e al volontariato 

2 MINUTI DI LETTURA





La morte di Enrico Prosperi chiama in causa la nostra cattiva coscienza, individuale e sociale, anche se non è chiaro come sia deceduto. E lo fa perché quando lasciano la scena persone marginali, ma che fanno parte del paesaggio umano delle nostre comunità, le dichiarazioni pubbliche di cordoglio sono esattamente proporzionali al disinteresse collettivo che suscitavano quando erano in vita.

Non è una considerazione moralista ma la presa d’atto di uno stato di fatto. Il disagio sociale e la malattia mentale sono un elemento corruttore della narrazione mainstream, felicista e salutista, di quella che sarebbe la nostra esistenza. Quindi vengono marginalizzati. Rimossi dalla coscienza collettiva, anche se rimangono visibili agli occhi.

Quanti Enrico Prosperi esistono a Grosseto? Quanti ne vediamo quotidianamente, agitati nel loro incessante peregrinare per le strade della città, o abbandonati su scalini e panchine del centro? Tuttalpiù “gratificati” in fretta e furia di un nostro «ciao», di una battuta, dell’offerta di una sigaretta o di un caffè.

Bisogna essere onesti fino in fondo: disagio mentale e sociale non piacciono a nessuno né basta voler redimere dalla loro condizione persone con questo tipo di problemi, per ottenere il risultato. E neppure basta avere una famiglia alle spalle, come pure aveva Enrico, perché si materializzi l’uscita dall’incubo. Sarebbe troppo facile, anche nell’epoca superficiale delle iper-semplificazioni.

La verità è molto più dura. Certe donne e certi uomini sono complicati da viverci accanto, o anche solo da averci a che fare.

Ma c’è un “Ma”; grosso come una casa. Perché la difficoltà indubbia, non può costituire un alibi per lasciare le cose come stanno. A marcire. Anche perché a chiunque nella vita può capitare di deviare e trovarsi sul terreno incognito della marginalità.

Per questo è sbagliato delegare: la chiesa, la Caritas, il volontariato. Sperando che la rete intercetti il pesce prima che vada a schiantasi contro lo scoglio. Bisognerebbe, piuttosto, che le persone in difficoltà non fossero considerate solo un costo sociale. Soprattutto quelle difficilmente riconducibili a un’idea formale di normalità.

Bisognerebbe del problema se ne facessero carico le istituzioni, troppo occupate nelle loro burocratiche attività contabili e poco nel problem solving delle difficoltà degli esseri umani. Bisognerebbe trovassero le risorse. Ma prima ancora sarebbe il caso che noi cittadini comuni che plasmiamo le istituzioni e ne votiamo i rappresentanti, abbandonassimo l’idea che certe persone sono un costo insostenibile per la società. Che le priorità sono altre. Non può bastare la buona volontà del volontariato se la rete non è ancorata saldamente a pilastri pubblici (collettivi). Che la sostengano a prescindere dalle condizioni del mare. Solo così si avvererà il precetto ebraico contenuto nel Talmud: «chi salva un uomo salva l’umanità». Senza avere l’irrealistica pretesa di salvare tutti gli uomini e le donne. — massimiliano frascino

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Toscana

Camaiore, addio a Giuseppe Vecoli: conosciuto commerciante con la passione per le moto

di Roy Lepore