Il Tirreno

Grosseto

Dal campo al piatto, è alta qualità Questa è la terra dei trasformatori

LINA SENSERINI
Dal campo al piatto, è alta qualità Questa è la terra dei trasformatori

Alfonso De Pietro ha trascorso una vita a formare giovani interessati al settore agroalimentare Ex preside del Leopoldo II di Lorena, continua il suo mandato con una fondazione nata ad hoc 

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sguardo sul futuro



L’agroalimentare è uno dei settori trainanti dell’economia Maremma, nel quale convivono innovazione e tradizione, centinaia di piccole aziende che producono altissima qualità, accanto ai grandi nomi dell’enofood internazionale. La cultura dell’agroalimentare, in molti casi, inizia e si sviluppa sui banchi di scuola, prosegue nell’alta specializzazione tecnica di cui c’è bisogno per affrontare le sfide del futuro, sia nella produzione che per immettersi sul mercato. Alfonso De Pietro, attualmente presidente della onlus Fondazione Lorena e membro del Cda della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, ha dedicato la propria vita lavorativa alla formazione di queste professioni, prima come insegnante, poi, fino al 2018, come dirigente dell’Istituto statale di istruzione superiore Leopoldo II di Lorena di Grosseto, che comprende tra le altre, le scuole della filiera agroalimentare, “dal campo al piatto”: il tecnico e il professionale agrario, il professionale alberghiero. Nel 2019, dopo il pensionamento, ha dato vita alla Fondazione Lorena, nata per promuovere la cultura, la formazione e l’innovazione tra i giovani, affiancando in particolare l’omonimo Istituto statale, i ragazzi che lasciano la scuola e si inseriscono nel mondo del lavoro. Si può quindi definire un esperto del settore, dal suo specifico, importantissimo, punto di osservazione.

Come vede il futuro dell’agroalimentare maremmano, soprattutto pensando ai più giovani?

«Ci sono già molte aziende che si sono ricavate una fetta di mercato importante, sia locale che fuori dai confini provinciali e, in diversi casi, nazionali. Ma il settore può ancora crescere in qualità e in quantità. Anche grazie all’attenzione della Grande Distribuzione per i prodotti locali, sempre più spesso disponibili nei corner e negli scaffali dei supermercati. Ma a dimostrare la vitalità e l’appeal del settore è anche l’elevato numero di giovani che hanno voglia di inserirsi da protagonisti nell’agroalimentare e il loro interesse verso i percorsi di studio che offriamo a Grosseto. Molti di loro si diplomano e decidono di restare in questo ambito come professionisti, come tecnici o come imprenditori, avviando una propria attività o lavorando in quella di famiglia».

I percorsi formativi rispondono alla domanda di competenze che il settore richiede?

«Abbiamo messo in piedi, a questo scopo, un partenariato tra scuola e imprese, formalizzato quattro anni fa nel Polo tecnico professionale Agri. Cul.Tur. A, che mette insieme istituti di istruzione, università, enti locali, ordini e associazioni professionali, agenzie formative, aziende. L’obiettivo è il dialogo tra la scuola, i percorsi di specializzazione e il mondo del lavoro, in cui sono le imprese a “guidare” la formazione di specifiche professionalità, secondo un nuovo modello formativo che aiuta i giovani nella scuola e nel passaggio al mondo del lavoro».

Quali sono secondo lei le eccellenze su cui puntare in Maremma?

«La caratteristica principale dei “trasformatori” maremmani è la capacità di mantenere inalterata la qualità della materia prima, che qui è già di per sé elevatissima. Sembra banale, come concetto, ma nel processo di trasformazione questa qualità si può perdere. Ecco, qui da noi non succede. Se poi vogliamo parlare di prodotti specifici, per fare un esempio su una cosa che non tutti sanno, il pecorino toscano Dop viene prodotto per la maggior parte in provincia di Grosseto con le eccellenze che conosciamo. Poi i salumi, con marchi blasonati che hanno conquistato il mercato europeo, stessa cosa per il pane e i dolci, la carne, la pasta fresca, le conserve, il miele, la filiera dei grani antichi, i prodotti ittici, l’ortofrutta, i distillati e, naturalmente, il vino e l’olio. Tutte eccellenze prodotte nel rispetto della tradizione, ma guardando avanti alle nuove tecnologie e all’agribusiness».

Cosa ne pensa del “km 0” sugli scaffali della grande distribuzione?

«È importantissimo per le imprese locali perché consente loro di fare reddito, di essere visibili, di “farsi trovare”, di rendere la loro produzione economicamente rilevante. Fino a poco tempo fa, il sistema di vendita si basava sulla conoscenza, sui gruppi di acquisto che volevano quello specifico prodotto e se lo andavano a prendere direttamente. Con la distribuzione nel supermercato si supera il concetto di “nicchia” dando spazio ai prodotti locali, valorizzando un tipo di attività sostenibile proprio perché a km 0». –



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