Il Tirreno

Grosseto

Rapporti tra cuore e coronavirus Uno studio sui danni permanenti

GIAN UGO BERTI
Rapporti tra cuore e coronavirus Uno studio sui danni permanenti

Un convegno in ospedale valuterà le alterazioni ai vasi arteriosi Anche una semplice influenza può avere conseguenze preoccupanti 

3 MINUTI DI LETTURA





l’appuntamento

GIAN UGO BERTI

Un importante studio clinico sui danni vascolari provocati dal coronavirus inizierà nei prossimi giorni all’Ospedale di Grosseto. Lo ha detto Ugo Limbruno, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia. In accordo con Dipartimento del Farmaco, Infettivologia e Pneumologia, si valuteranno eventuali alterazioni permanenti ai vasi arteriosi. È l’altra, importante faccia dell’infezione che verificherà soprattutto il numero e la gravità dei pazienti e mettere in atto gli opportuni provvedimenti sanitari. Ecco il suo pensiero. Nei pazienti Covid sono state riscontrate, nella prima fase, lesioni cardiache acute, disturbi del ritmo, calo della pressione, aumento dei battiti, specie in quelli ricoverati nelle terapie intensive.

A distanza di tempo, sono guariti o si tratta di situazioni ormai croniche? L’infezione da coronavirus Covid-19 può coinvolgere, oltre il polmone, anche l’apparato cardiovascolare. Può seguire all’insufficienza respiratoria causata dalla polmonite (soprattutto nei soggetti già cardiopatici) o derivare dalla localizzazione virale nelle strutture cardiache o nei vasi arteriosi. Ne seguono complicazioni come infarto miocardico acuto, miocardite, embolia polmonare, scompenso cardiaco acuto, aritmie fino alla morte improvvisa. La preesistenza di una malattia di cuore può accentuare probabilità e gravità di una complicazione cardiovascolare in corso di Covid-19. Per quanto riguarda la possibilità di sequele cardiovascolari permanenti alcune lasciano sicuramente danni permanenti (ad esempio l’infarto miocardico acuto causato da trombosi coronarica). Non è ancora chiaro se la miocardite e la vasculite (l’infiammazione Covid-indotta del tessuto miocardico e dei vasi sanguigni) possa compromettere in via permanente la funzione contrattile del cuore. La Cardiologia di Grosseto sta iniziando, in collaborazione con il Dipartimento del Farmaco, l’Infettivologia e la Pneumologia, uno studio per valutare la presenza di un’eventuale alterazione permanente nella funzione dei vasi arteriosi. In questa seconda fase, si è notevolmente abbassata l’età media dei soggetti colpiti. Si può ipotizzare un andamento clinico più favorevole anche sotto l’aspetto cardiologico? L’evoluzione clinica dell’infezione è sicuramente meno grave nel paziente giovane rispetto all’anziano, soprattutto a causa della minore presenza di altre malattie del primo rispetto al secondo. Tuttavia, in rari casi si sono osservate complicazioni cardiovascolari anche gravi in pazienti non anziani. A volte si è riscontrato, nei malati di Covid, la presenza di disturbi come nell’infarto, poi rivelatosi inesistente.

Perché? In alcuni pazienti si osserva, durante la fase acuta dell’infezione, un aumento dei valori nel sangue di marcatori di danno miocardico quali la troponina. Un aumento di tale parametro può essere indicativo di infarto miocardico, oppure di miocardite, ma anche di semplice sofferenza del cuore, di per sé sano o comunque non colpito direttamente dall’infezione, causata dall’insufficienza respiratoria e dalla conseguente riduzione dell’ossigeno nel sangue. Viene quindi inizialmente posto il sospetto di infarto miocardico acuto (la causa potenzialmente più grave di aumento della troponina) e solo a seguito di ulteriori accertamenti si può escludere una malattia acuta del cuore quale l’infarto miocardico acuto e diagnosticare invece una sofferenza cardiaca secondaria ad insufficienza di altri organi. La presenza di una miocardite (infiammazione del cuore) in soggetti colpiti dal coronavirus può lasciare segni permanenti oppure si guarisce? Come per altre miocarditi virali, la possibilità di danni permanenti alla funzione contrattile del cuore sono possibili, ma nel caso specifico del Covid non sappiamo ancora se esista questa possibilità e, nel caso, in quale percentuale di pazienti si verifichi. Un’infiammazione del cuore si può avere anche nei giorni successivi ad una tradizionale influenza con sviluppo non raro di casi d’infarto. È opportuno pensare, magari in persone anziane o fragili, di fare controlli clinici e strumentali in tal senso? La miocardite e l’infarto miocardico acuto sono due affezioni distinte che riconoscono meccanismi causali diversi.

Purtroppo anche una semplice influenza, seppure molto raramente e soprattutto nei pazienti anziani e fragili, può causare miocardite, peggiorare uno stato di scompenso cardiaco o, in rari casi, indurre infarto miocardico. L’esecuzione di accertamenti cardiologici specifici in pazienti che hanno avuto una sindrome influenzale sono però necessari solo in presenza di sofferenza cardiaca, ad esempio palpitazioni, dispnea persistente dopo risoluzione della sindrome influenzale, comparsa di gonfiori alle gambe precedentemente assenti, dolore oppressivo al petto a riposo o durante sforzo. —

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Tasse, Tari, Imu e multe: da oggi parte la rottamazione degli arretrati – Come fare domanda subito

di Redazione web