Gioco
"Potevamo fare meglio: ora noi "grandi" dobbiamo chiedere scusa ai bambini"
Digitale, edifici, tecnologie: interventi previsti da anni e mai attuayi. E alla fine pagano il conto i più piccoli e i più deboli
Simone Giusti, docente ed esperto di didattica della letteratura, ha di recente pubblicato con altri autori “La scuola è politica”, acuto “abbecedario laico, popolare e democratico” che riflette sulla scuola italiana oggi, sui suoi limiti e le sue potenzialità. Il Tirreno gli ha chiesto una riflessione sulla riapertura in tempo di virus. Eccola.
Noi adulti, tutti quanti, dobbiamo delle scuse ai bambini e alle bambine, alle ragazze e ai ragazzi che sono rientrati a scuola dopo tanti mesi di assenza forzata. Perché è vero, l’ho visto coi miei occhi, che tanti insegnanti nelle scorse settimane si sono prodigati per attrezzare le aule, per studiare metodi didattici innovativi ed essere così all’altezza della situazione, per far sentire meno soli i dirigenti scolastici, che a loro volta si sono assunti responsabilità e hanno fatto scelte che meritano il nostro rispetto e la nostra ammirazione. Ed è vero anche che alcuni amministratori e alcune amministratrici, facendo il loro dovere, hanno cercato di aiutare le scuole a riaprire in sicurezza. Tuttavia, va detto con onestà che quel che è accaduto ha dimostrato ancora una volta il sostanziale disinteresse degli adulti italiani nei confronti dei nuovi cittadini. Intendiamoci bene, io penso che la scuola sia stata chiusa opportunamente e non ho niente da rimproverare a chi ha dovuto prendere questa difficile decisione. Ma sono altresì convinto che le scuole italiane, al momento della loro chiusura, avrebbero dovuto trovarsi in condizione di reagire in modo più efficace e che, soprattutto, non avrebbero dovuto trovarsi oggi, al momento della loro apertura, nella stessa situazione della scorsa primavera. E non sto parlando di iniziative che avremmo dovuto mettere in campo adesso, anche se sono convinto che si siano persi mesi preziosi, non solo a causa all’insipienza degli attuali governanti, ma anche per via di scelte compiute in passato. La scuola, per fare un esempio, non avrebbe dovuto essere così impreparata sull’uso delle tecnologie digitali. Fin dal 2007, infatti, quelli che una volta si chiamavano programmi scolastici prevedono che fin dalla scuola dell’infanzia e ancor più alla primaria e alla secondaria di primo grado gli alunni siano in grado di usare le tecnologie in modo consapevole. Ecco quanto viene certificato già dal 2017 per tutti gli alunni e le alunne della scuola primaria: «Usa con responsabilità le tecnologie in contesti comunicativi concreti per ricercare informazioni e per interagire con altre persone, come supporto alla creatività e alla soluzione di problemi semplici». È stato davvero così? Ciascuno si guardi intorno e faccia le proprie ricerche. Le indagini fin qui svolte sugli effetti del lockdown mettono in evidenza l’impreparazione di studenti e insegnanti e rilevano un aumento della dispersione scolastica e del divario tra chi a scuola impara e riesce ad avere successo e chi invece a scuola non impara ed è precocemente destinato al fallimento educativo. La Didattica a Distanza, attivata in fretta e furia e praticata da persone inesperte di tecnologie digitali per la didattica, avrebbe potuto essere più efficace e inclusiva se tutti gli studenti, fin dai sei anni di età, avessero avuto dimestichezza, a scuola, con l’uso delle tecnologie digitali. Sarebbe bastato, negli ultimi dieci anni, applicare la legge. I docenti di primaria e secondaria di tutte le materie avrebbero dovuto – se avessero fatto quanto richiesto dalle Indicazioni nazionali (l’ultima versione è del 2012), insegnare la videoscrittura, la produzione di multimedia, la ricerca su internet, l’uso di app per lo studio, dell’email, delle app di messaggi e dei vari strumenti di comunicazione disponibili. Ma così non è stato. Non perché qualcuno non l’abbia fatto o si sia rifiutato di farlo ma perché, a parte alcuni casi, nessuno si è preoccupato di verificare che quanto richiesto dalla normativa venisse effettivamente realizzato. Genitori e insegnanti, politici e opinionisti, sempre pronti a parlar male della scuola e a chiedere che torni a essere come un tempo – come se un tempo la scuola fosse stata davvero migliore di oggi – non si sono preoccupati di investire le loro risorse in una scuola davvero adatta al nostro tempo. Si pensi, inoltre, all’inadeguatezza degli edifici scolastici e delle infrastrutture tecnologiche per la scuola: quanto sarebbe stato più facile gestire la didattica a distanza se ogni scuola avesse tecnologie efficienti in numero sufficiente? Per non parlare dell’alto numero di studenti per classe e dell’inadeguatezza degli spazi, spesso frutto di continui riadattamenti e trasformazioni. In realtà sappiamo che questa situazione ha svantaggiato enormemente i bambini più piccoli rispetto ai ragazzi e alle ragazze della scuola secondaria, e sappiamo che gli alunni più deboli e quindi più bisognosi di scuola hanno subito un danno assai più grave dei più forti e meno bisognosi. Non doveva succedere. Dobbiamo dircelo chiaramente e onestamente. Avremmo dovuto fare di più e meglio nei decenni passati. Quando avevamo l’occasione di inserire la formazione professionale e il tirocinio obbligatorio per tutti i nuovi docenti, e invece non l’abbiamo fatto. Quando avremmo dovuto gestire i cambiamenti richiesti dalla normativa investendo nelle scuole, e invece abbiamo tagliato i fondi e aumentato il numero di studenti per classe. Quando abbiamo avuto l’occasione, anche grazie alle tecnologie, di creare comunità scolastiche più aperte e partecipate e invece ci siamo dedicati al pettegolezzo sui docenti, al lamento e alla nostalgia. Ma ormai è tardi, la scuola ricomincia come sempre. È il momento di chiedere scusa e di farsi gli auguri. Faremo meglio in futuro? —
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