Gioco
Nel 1995 Accornero scrisse che a 138 metri di profondità c’erano sorgenti d’acqua
Colpo di scena sulla natura del sottosuolo. Barocci rispolvera un documento della società che contrasta con le relazioni odierne
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Il colpo di scena è arrivato giovedì sera durante l’assemblea ed è l’ennesima conferma che, a differenza di quello che si legge sulle relazioni tecniche presentate da Accornero, l’area di scavo di Pietratonda è ricchissima di acqua.
Questa volta non è solo la memoria dei paganichesi a ricordare le difficoltà nell’estrazione di sabbia a causa delle risalite di acqua nelle cave. O a raccontare – lo riporta un articolo del Tirreno che ha raccolto le testimonianze – che, prima della costruzione dell’Acquedotto del Fiora, l’acqua potabile a Paganico arrivava proprio dalle sorgenti di Pietratonda.
Ora è saltato fuori anche un documento, il progetto di coltivazione della cava dell’incrociata, la stessa in cui si è formato il laghetto che dovrebbe essere prosciugato per far posto ai gessi rossi, presentato da Accornero al Corpo delle miniere il 13 settembre del 1995.
Nella descrizione delle operazioni di scavo in profondità, infatti, si legge che «a quota 138 (metri) si attiveranno alcune sorgenti d’acqua peraltro già segnalate dai recenti sondaggi, che verrà raccolta in fosse ed evacuata con pompe».
E più avanti il direttore dei lavori scrive «che la presenza d’acqua e l’alta umidità del materiale costringerà l’azienda a fare depositi fuori bacino per permettere il drenaggio e dare possibilità di carico per gli automezzi pesanti».
Mentre alla voce recupero ambientale, si legge che «la sistemazione finale del bacino, tenendo conto delle sorgente che man mano si verranno ad aprire, sarà un laghetto utilizzabile ai fini agricoli per l’irrigazione dei terreni circostanti».
Difficile immaginare che questo documento possa conciliarsi con quanto riportato nelle relazioni tecniche di Accornero secondo le quali nell’area non ci sarebbero falde acquifere profonde.
È stato Roberto Barocci del Forum Ambientalista, illustrando le caratteristiche tecniche del progetto e i rischi ad esso connessi, a “sganciare la bomba”, sollecitando i cittadini anche a raccogliere e documentare le testimonianze sulla presenza d’acqua, che avvalorano e sono a loro volta avvalorate dal documento presentato al Corpo delle miniere nel 1995.
Ma c’è anche di più. «L’accordo volontario – spiega Barocci – sottoscritto da Tioxide per il riutlizzo dei gessi rossi in attività di ripristino ambientale del febbraio 2004, indica le caratteristiche dei siti nei quali sono destinati ad essere recuperati: ovvero, i siti, devono essere conformi alle prescrizioni del Piano Territoriale di Coordinamento e non devono essere in zona di ricarica della falda destinata al consumo umano; il sito deve essere ubicato in zone in cui le acque superficiali e falde acquifere profonde siano adeguatamente protette dalla morfologia e dalla geologia del suolo; e comunque l’intervento non dovrà in alcun modo peggiorare le caratteristiche di tutte le acque eventualmente interessate, da documentarsi all’atto della presentazione della domanda».
Infine, un appello ai cittadini: «Le vostre testimonianze devono essere raccolte e valorizzate in sede amministrativa; si può fare un censimento di tutte le prese d’acqua in zona; si deve chiedere e ottenere un’inchiesta pubblica con la procedura di Via; la Giunta regionale (in scadenza e quella nuova) deve rispondere alle osservazioni delle associazioni e dei comitati e all’interrogazione già presentata; le leggi (e il buon senso) vanno applicate e fatte rispettare in Regione. È questa la strada da percorrere», conclude Barocci. —
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