Italia
Quando si andava “a illuminare” uno vogava, l’altro teneva la fiocina
Sergio Amenta racconta i segreti, la pratica e la vita dei pescatori della Laguna: la lunga avventura dagli Anni ’20 a oggi
la storia
Un uomo in piedi sul barchino che impugna la fiocina. Siamo negli Anni’50 quando i pescatori della laguna di Orbetello pescavano così. Questa è la foto del 1954 tratta dall’Archivio Gori che, questa mattina, i lettori del Tirreno trovano, in omaggio, in edicola. Il pescatore di cui non si conosce il nome si trova dentro un “bondanone” (un canale dentro il quale viene mandato il pesce quando arriva l’alta marea per impedirgli di uscire dalla laguna), a Santa Liberata.
La storia dei pescatori a Orbetello ha origini antiche. A ripercorrerla ci aiuta Sergio Amenta, responsabile della comunicazione dei Pescatori. Amenta, 57 anni, lavora nella Cooperativa dal 1978. «Negli Anni’20-’30, le cooperative nella laguna erano almeno tre. La Peschereccia che ancora porta questo nome nacque nel 1946. Alcuni anni dopo, nel 1960, anche su spinta del Comune di allora, le cooperative vennero riunite in una sola e – racconta Amenta – venne mantenuto il nome Peschereccia che è arrivato fino a oggi». Era una cooperativa formata da 70-80 persone. Si pescava in entrambi gli specchi della laguna, sia a Ponente che a Levante. Per tanti anni la laguna di Levante ha avuto libero accesso alla pesca: lì potevano pescare tutti. «Arrivavano anche dalle campagne – dice Amenta – A Ponente invece c’era una regolamentazione diversa. Negli Anni’20-’30, lo sfruttamento della laguna veniva concesso a una sola persona. Anche i pescatori che potevano andare a pescare a Ponente venivano estratti a sorte. Quel lato di laguna era molto ambito anche perché meno sfruttato e quindi offriva più possibilità di guadagno essendoci pesce in una quantità maggiore».
Ciò che caratterizza i pescatori di Orbetello è il loro tipo di pesca: «Peschiamo come 100 anni fa – aggiunge Amenta – La nostra è una pesca tradizionale, sia essa vagantiva (il pescatore che prende la barca, getta i tramagli, pesca le anguille col peso) sia quella che sfrutta i canali di immissione della laguna o gli impianti fissi di cattura. Ovviamente cambiano i materiali di pesca ma il metodo è lo stesso».
I pescatori di Orbetello pescano anche seguendo l’andamento delle maree attraverso i canali che collegano il mare alla laguna. «La marea cambia ogni sei ore. Sfruttando la marea il pescatore regolarizza il canale: con la bassa mare il pesce viene fatto entrare in laguna; con l’alta marea, quando il pesce vorrebbe tornare in mare, viene fermato e viene condotto dentro il bondanone, canale dove si convoglia il pesce attraverso alcune bocche. Sono larghi e profondi pronti per accogliere anche grandi quantità di pesce. Questo dentro il bondanone non è l’unico passaggio del pesce: l’ultimo è infatti quello dentro la cassa della morte. Qui viene pescato, ma sopratutto – precisa Amenta – viene selezionato. Noi viviamo di pesca e quindi diamo alla selezione una grande importanza: il pesce da vendere viene pescato, l’altro viene rimandato in laguna in attesa che cresca».
Nell’immaginario collettivo il pescatore lagunare è sul barchino con la fiocina o la struzza. «Fino agli Anni’60 – dice Amenta – si andava “a illuminare”, come erano soliti dire i pescatori. Partivano la notte con l’acetilene, un faretto montato a prua in maniera che facesse luce sullo specchio d’acqua. Uscivano in due: uno vogava e l’altro menava, ossia con la fiocina pescava il pesce. Era necessaria una persona capace e precisa. Una tecnica che è andata avanti fino a dopo gli Anni ’60. Venne abbandonata quando il pesce fiocinato aveva meno valore. Con la fiocina, ne esistevano di vari tipi, venivano pescate anche le anguille». Ciò di cui invece il pescatore non può fare a meno è la struzza: una pertica che una volta era di ornello e che adesso è di bambù: «Chi parte la mattina per la pesca guarda subito se nel barchino c’è perché è l’unico elemento che permette di spostarti anche se adesso il barchino ha il motore: quando ci fermiamo, infatti, ci muoviamo con la struzza».
A Orbetello i pescatori hanno tutti un soprannome, e alcuni sono curiosi. Con Amenta ne ricordiamo alcuni: Luigi Aldi (Mangieddormi) Umberto Aldi (Deminiello), Giovanni Sabatini (Borzacchino), Franco Giudici (Palle), Italo Giudici (il Micio), Egisto Rotelli (Neghelli), Ugo Bruni (il Babbone), Ferrino Savoi (Mazzacane) Faido, Vasco, Paolo e Gastone Velasco (i Veleni). –
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