Gioco
Dall’ex magazzino di pescatori escono così i ricordi di una vita
Fu il nonno di Silvana Brizzi, gigliese di Castello, a trasformare una delle prime costruzioni di Campese in abitazione: durante la guerra custodì i rifugiati, oggi dà ospitalità ai vacanzieri.
ISOLA DEL GIGLIO. È l’estate 1959, siamo a Giglio Campese. Non c’è la ressa del turismo di oggi: Campese non assomiglia neppure lontanamente a una stazione balneare. La miniera di pirite è ancora attiva e lo rimarrà ancora per qualche anno: fino al 1962. Una decina di bambini gioca sulla sabbia intorno a due imbarcazioni in legno. C’è chi indossa la canottiera bianca e chi una t-shirt a righe, chi ha la maglietta corta sopra il costumino e chi porta un capellino di paglia. Sono tutti intenti nella spassosa attività e solo uno di loro sembra fermarsi un istante tentando di mettersi in posa per uno scatto che fermerà nel tempo quegli attimi: quella in omaggio il 18 agosto con la copia del Tirreno è una delle foto d’epoca più emozionati tratte dall’Archivio dei Fratelli Gori e che compongono il bouquet di cartoline di viaggio della “Maremma com’era”. Quei bambini oggi dovrebbero avere una settantina d’anni: chissà se qualcuno si riconoscerà in quella foto. Ciò che si staglia alle loro spalle, invece, è subito riconoscibile anche per chi non fosse gigliese: se la sabbia calcata dai ragazzini ha lasciato il posto all’asfalto – via della Torre – i due edifici sullo sfondo hanno ancora le forme di un tempo. E uno dei due racconta una storia.
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“Bar – Gelateria – Vini” è l’insegna del locale che si apre al piano terra dell’edificio che compare nella foto dell’Archivio Gori: oggi, proprio lì, nello stesso “vano” c’è un negozio di alimentari che si chiama “Delizia”. L’intero stabile è di proprietà della famiglia Brizzi, e lo era già nel 1959: ed ora come allora, il locale è dato in affitto da proprietari. «I miei nonni abitavano proprio sopra il bar – racconta Silvana Brizzi, 70 anni, gigliese di Castello – Era un “bar di pescatori”». Ed è parlando con Silvana che si scopre che nella storia di quell’edificio c’è la mano di nonno Giuseppe, Giuseppe Brizzi.
«Io credo che l’abbia tirato su lui – dice – Credo che all’origine ci fossero semplicemente due magazzini comunicanti – racconta ancora Silvana – Noi lo chiamavamo Il Trenino. Sicuramente costituivano una delle primissime costruzioni comparse al Campese, utilizzate da pescatori. Ricordo che in famiglia si diceva che all’origine il nonno era proprietario di uno dei due magazzini, quello sulla destra, dove c’era il bar, e che aveva chiesto al proprietario del magazzino sul lato sinistro se poteva costruire sopra un piano: lui gli aveva detto di sì, non aveva nulla in contrario», allora era così, non c’era bisogno di richieste e permessi valeva la parola. E così nonno Giuseppe edificò il primo piano per andarvi ad abitare con la sua famiglia.
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Ma c’è dell’altro legato a quello scorcio di Campese. «Ricordo che sia la nonna (nonna Ginevra) che la mamma – continua Silvana Brizzi – raccontavano che in quell’edificio, durante la guerra, ci stavano i rifugiati, oppure le donne che dovevano partorire: l’ostetrica andava lì». Era, insomma un punto di ritrovo, a servizio della comunità.
Come la casa della famiglia Brizzi, anche l’edificio residenziale accanto ha mantenuto gli antichi tratti: ha ancora la grande scalinata che compare nella foto dei Fratelli Gori. È la spiaggia, invece, ad essere “arretrata”. «Il babbo diceva sempre – riprende il suo racconto Silvana – che le mareggiate ci scavavano sotto casa e che era un rischio. Ecco perché tra il 1965 e il 1970, se non ricordo male, è stata fatta la strada».
Guardando la foto Silvana si chiede: «Chissà se tra quei ragazzini c’è qualcuno con cui a quei tempi giocavo, più o meno siamo d’età. Qui al Giglio c’è una scrittrice, Palma Silvestri, che posta foto ai tempi della miniera. E c’è chi in quelle foto ha riconosciuto i propri genitori, chissà se accadrà la stessa cosa con questo scatto».
Sollecitata dal Tirreno Silvana Brizzi ha compiuto un tuffo nel passato mettendo a disposizione i suoi ricordi per ricostruire un pezzo di storia e di vita gigliese. E l’ha fatto con slancio e generosità nonostante questi siano per lei giorni molto dolorosi soprattutto se si è costretti a frugare nella memoria, nei ricordi. Silvana ha perso di recente suo marito, Santi Capitani, principe della cucina gigliese nel suo ristorante al Castello. Per questo la sua testimonianza è davvero un omaggio alla sua comunità.
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