La manifestazione
Quel Castello che sovrasta il borgo e come in un abbraccio ci protegge
Simbolo del paese, rappresenta da sempre per i castiglionesi una presenza maestosa che infonde sicurezza
CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. Chiunque arrivi a Castiglione della Pescaia per la prima volta, appena alza lo sguardo non può non rimanere incantato dalla vista della cinta muraria e dal Castello medioevale che troneggia dalla collina di poggio alle Trincee. La vista diventa ineguagliabile se il borgo si guarda dalla spiaggia, ma anche dal mare: sembra una vera cartolina senza tempo, come quella immortalata dai Fratelli Gori e che fa parte della collezione in regalo con il Tirreno.
Il Castello, come altri scorci dalla Casa Rossa Ximenes al porto canale e a ponte Giorgini che delimita il mare dal padule della Diaccia Botrona, fanno tutti parte di punti di riferimento inamovibili, facili da riconoscere. Il borgo medioevale rimane comunque una delle attrazioni principali per i turisti, come conferma l’assessora alla cultura Susanna Lorenzini: «Per noi castiglionesi il Castello è una sicurezza, vigila da secoli. La sua storia fa parte di noi. La prima costruzione è stata la Torre Aldobrandesca, possente e con muratura a scarpa datata 1163, che è stata successivamente inglobata nel circuito pisano dalle famiglie dei Lanfranchi, dei Gherardeschi e dei Ronconi. Senza dimenticarsi dell’abitato interno con le sue stradine che seguono la morfologia del terreno (casualità dell’insediamento e del reticolo viario, pensato in modo da difendersi dalle armi, come l’arco e la balestra tipiche del tempo, oltre che per motivi atmosferici per stemperare i venti), invece, era rivolto verso l’entroterra a controllo della vera ricchezza rappresentata dal lago Prile, ricco di pesce e di saline (particolarmente importante e fondamentale per la conservazione degli alimenti)».
Il Castello di Castiglione, insieme al Castellaccio di Prile, al Castelmaus, alla Rocca di Capalbo (Rocchette) e alla Torre Civette, costituiva per i Pisani un efficiente sistema difensivo in chiave antisaracena. Serviva per difendersi dagli attacchi dal mare. Nei secoli la cinta muraria e lo stesso Castello hanno subito restauri e aggiornamenti: «Già nel 1447 Alfonso di Aragona decise di far rialzare le torri e di rinforzare la cinta fortificata – spiega Lorenzini – oltre alla costruzione degli alloggi per i soldati. Praticamente dando la forma di quella che è rimasta tutta la struttura fino ad oggi. Le mura hanno in sostanza unito la Torre Aldobrandesca (il Mastio) alle due torri della cinta muraria (torre di Santa Barbara e torre della Sentinella), delimitando così la Piazza d’Armi all’interno.
L’intero complesso è sempre stato abitato e di proprietà privata, anche se nel corso del tempo le modifiche non sono mai mancate sia con i Medici che con i Lorena. Per finire agli interventi dell’architetto Lorenzo Porciatti all’inizio del ’900». Con la crescita demografica, dovuta a una forte ripresa dell’attività agricola (Siena, ad esempio in meno di un secolo, al pari di altre città, passa da 10 a 50 mila abitanti), determinerà da parte dei pisani, la realizzazione di un ulteriore circuito murario e di altre torri di guardia nella parte bassa del paese, in prossimità del canale di collegamento tra il mare e il lago per inglobare il nuovo abitato che si era nel tempo formato. «Proprio le nuove torri all’Orto del Lilli, in origine Orto del Bardani, della Scuola e del Preti, con le porte di accesso della Portaccia e al Prato, definiranno il borgo nuovo – aggiunge Lorenzini – oltre il quale nascerà il convento di San Francesco fuori porta (come tutti i conventi degli ordini mendicanti e predicanti). Con l’avvento dei Medici e in particolare di Ferdinando I, si assisterà all’abbandono del circuito basso (grande peste del 1348, conseguente crisi demografica e introduzione su grande scala nelle maremme della pastorizia e delle transumanze), mentre verrà “rinforzato” quello del borgo alto. Con nuove ristrutturazioni e la costruzione di nuove torri circolari, le “batterie” e i bastioni di difesa, adeguate alle nuove tecniche di guerra introdotte dalla polvere da sparo, oltre alla realizzazione della porta fortificata di Francesco Gatti (1608), che incorporerà la chiesina della Madonna del Giglio (oratorio della Confraternita del SS Sacramento) ampliata poi nel 1773 e restaurata nel 1812 con l’inserimento delle campane nel 1843. Di quel periodo si ricordano all’interno del borgo anche le chiese di San Nicola, l’oratorio di San Sebastiano e la chiesona di San Giovanni (1622) dell’ingegner Amerighi che trasformò un ex deposito di armi e alloggi per la guarnigione, poi ridotto in stalla, addossato alle mura in chiesa con canonica. È qui che troveranno riposo le reliquie di San Guglielmo, mentre fuori dalle mura verrà eretto il nuovo campo santo, con la camera mortuaria nella torre, con una porticina nelle mura per il passaggio».
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