Il Tirreno

Grosseto

L'INIZIATIVA DEL TIRRENO

Da difesa contro i pirati turchi a simbolo di una terra soave

La Torre di Buranaccio com'è oggi (Foto Fabio Cianchi - Oasi Wwf Maremma)
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La Torre di Buranaccio com'è oggi (Foto Fabio Cianchi - Oasi Wwf Maremma)

Sacra racconta la storia della Torre di Buranaccio, la nascita e la “conservazione” di Capalbio  

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CAPALBIO. Da presidio meridionale dello Stato dei Presidi in difesa dei confini dal Granducato di Toscana e dallo Stato della Chiesa, a moderno simbolo del comune di Capalbio. Da oltre mezzo secolo la Torre di Buranaccio – la cui foto storica tratta dall’Archivio Gori è in omaggio l'11 agosto con Il Tirreno – sta lì, a testimoniare un territorio magico, dove la macchia mediterranea si affaccia sul mare e la bonifica ha regalato all’uomo un paradiso verdeggiante e rigoglioso.
 

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Costruita nel 1563 dal governatore dello Stato dei Presidi su progetto dell’ingegner Juan Thomas de Scala, la torre nasce per difendere i confini meridionali del possedimento spagnolo dai pirati turchi, che avevano all’epoca “saccheggiate le masserie della Bandita del Tricosto e quelle capalbiesi di Selvanera e Poggetti, si portano via anche giovani donne e ragazzi per ridurli in schiavitù”, come ha ricordato il prelato e studioso capalbiese don Luciano Domenichelli nel suo libro “Quando Capalbio era la Sacra” .

La torre è stata realizzata a pianta quadrata di metri 13 x13 sul tombolo sabbioso che separa il lago di Burano dal mare, a pochi metri dalla sponda est del canale di sfocio. Con la sua cordonatura in pietra squadrata a metà altezza e le quattro caditoie trapezoidali su ogni lato, alternate dai camminamenti che sorreggono la muratura del parapetto del terrazzo, richiama gli elementi tipici delle torri costiere spagnole-napoletane. Presidio di avvistamento sia verso il mare che verso il lago e il tombolo grazie alla garitta a mattoni che si eleva a nord ovest, riservava agli assalitori una pioggia di sassi o palle di pece infuocata.

All’interno si caratterizza per l’unico grande ambiente di residenza con ingresso cui si accede per una stretta gradinata e un ripiano, sul quale un tempo calava il ponte levatoio con funzione di passaggio e di portale di chiusura. Nell’interno due grandi arcate trapezoidali, ricavate nelle pareti est e sud terminano con le finestre feritoie dalle quali entra la luce che illumina lo stanzone. Una stretta scalinata costruita all’interno della parete nord conduce al terrazzo superiore e una botola sul pavimento scopre la grande cisterna dell’acqua piovana costruita nel piano interrato, per le necessità dei soldati e per resistere a lungo ad eventuali assedi della torre.

La torre ha attraverso la seconda metà dell’ultimo millennio nella sua originale struttura, protetta prima dall’insalubrità dei territori circostanti – una palude dilagante e mortifera e una siccità che annienta in torride estati i vantaggi dei mitissimi inverni e delle piovose primaveree, nell’ultimo secolo, dalla lungimiranza dei proprietari.

È ormai storia che nel 1922 venti famiglie acquistarono una tenuta la cui estensione sommava i 4/5 del territorio del comune di Capalbio, che all’epoca non esisteva, per mantenervi, da una lato, una tenuta di caccia unica e, dall’altro, risanare il comprensorio con una bonifica d’avanguardia. Nacque su questi presupposti la società Sacra, acronimo di Società Anonima Capalbio Rendenta Agricola, che negli ultimi 98 anni ha contribuito, con le sue scelte, a realizzare la Capalbio che tutti oggi apprezzano.

Dapprima con la bonifica idraulica degli Anni Trenta, Sacra ha realizzato un’azienda agricola modello, specializzata nell’agricoltura intensiva e nell’allevamento di animali autoctoni, in testa vacche e cavalli maremmani; quindi permutando negli Anni Cinquanta – con l’Ente Maremma – gli 8mila ettari dell’azienda sopra la ferrovia e le case che costituivano i borghi del comune di Capalbio con i terreni dislocati lungo la fascia costiera, trasformò la riforma fondiaria in un’occasione per conservare la parte più fragile e meno produttiva e al contempo diede l’opportunità a tante famiglie di realizzare il proprio sogno di possedere un’azienda agricola. Anticipò poi i tempi Sacra con una politica di gestione ambientalista, sancita dalla decisione di chiudere la riserva di caccia e creare l’Oasi di Burano, con la costituzione di un rifugio faunistico e l’affido della gestione al Wwf: e quella fu la prima oasi del Panda creata in Italia

Infine, ha recuperato tutti i poderi dismessi lungo la strada Litoranea e i due fabbricati sulla duna, la Dogana e il casale di Macchiatonda, che sotto l’insegna Terre di Sacra costituiscono un comprensorio che si sviluppa per 12 km lungo la costa e che ha salvaguardato l’ambiente da trasformazioni e stravolgimenti.

La missione di Sacra degli ultimi anni è proteggere e conservare il litorale capalbiese, con investimenti che vanno dalla ricostruzione dei muri a secco lungo la ferrovia, all’interramento delle linee elettriche alle piantumazioni che ogni anno arricchiscono il territorio, sino alla naturalizzazione del parcheggio di Macchiatonda.

«Il significato del proprio nome – ricorda Sacra – è quello di “Redimere la terra” per produrre nuove risorse». Questa è la motivazione che nel 1922 spinse un gruppo di amici a rilevare la proprietà che si estendeva dal castello di Capalbio al mare, un territorio all’epoca inospitale e paludoso, e fondare Terre di Sacra. «La storia di Terre di Sacra è fatta dei terreni strappati alla palude con i lavori di bonifica e delle conquiste, economiche e sociali, dei propri operai. È il riconoscimento dei loro diritti di lavoratori e del passaggio dalla condizione di braccianti a quella di coloni. È la costruzione di canali e fontanili, ma anche di strade e linee elettriche. Di case, casali e scuole. Costruzioni sparse nell’attuale comune di Capalbio che, all’epoca, ancora nemmeno esisteva in quanto ricadeva nel comune di Orbetello». «Uomini innamorati del proprio territorio. È un sentimento lungo quasi un secolo che la Tenuta ha dimostrato nel tempo difendendone la vocazione agricola dai tentativi di trasformazione dovuti all’estrazione di materie prime, torba e magnetite. Salvaguardare il proprio lavoro, ma anche l’ambiente naturale circostante. Consacrarne la vocazione agricolo-naturale piuttosto che cedere alle lusinghe delle opzioni industriali-minerarie. È un principio morale che ha portato alla scelta di collaborare con il Wwf per l’istituzione, nel 1968, dell’Oasi Naturale del lago di Burano, la prima in Italia. Anche a discapito della prestigiosa tradizione venatoria maremmana».


 

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di Redazione web