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Con Civitella fu amore a prima vista: "Altro che Milano! La mia vita è qua"

LINA SENSERINI
Con Civitella fu amore a prima vista: "Altro che Milano! La mia vita è qua"

Nuccia è stata la prima di una nutrita schiera di lombardi a “migrare” in questa parte di Maremma 

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Nuccia è un’arzilla signora di 86 anni, milanese, che dal 1988 vive in un podere, La Farniola, vicino a Civitella Marittima. Scrive poesie, riceve amici, parla volentieri della sua vita in Maremma, soprattutto di quello che questa terra generosa le ha dato.

Sì, perché Nuccia Olivucci ha una particolarità e vanta un primato: insieme al marito Giuliano Medri, scomparso nel 2008, è stata la prima di una serie di persone che negli ultimi trent’anni sono venute da Milano e hanno eletto Civitella Marittima come il luogo giusto in cui vivere.

Ben 13 famiglie li hanno seguiti, venivano a trovarli, si innamoravano del posto e decidevano di tornare. Hanno creato una piccola comunità che si è integrata completamente con il paese. All’inizio venivano per le vacanze, poi quasi tutti si sono definitivamente trasferiti.

A raccontarlo così sembra un film anni Ottanta. Allora, dopo che per anni la città era stata il centro della vita e l’ambiente rurale il margine sociale da cui allontanarsi per cercare lavoro e interessi altrove, le campagne recuperavano un forte appeal e attraevano comparatori, dal nord Italia e dalla Germania. I vecchi casolari abbandonati ritrovavano vita e molti paesini iniziavano a ripopolarsi.

«Siamo arrivati qua per la prima volta nel 1979 – racconta Nuccia – perché mio marito aveva letto un annuncio sul Corriere della Sera per la vendita di questo podere. Lui era parrucchiere per signora, io ero impiegata e lo aiutavo nel negozio quando potevo, avevamo due figli, Marco e Luca, e cominciavamo ad essere stanchi della vita a Milano. Siamo venuti a vedere e ci siamo innamorati di questo posto. Non eravamo mai stati in Toscana e abbiamo deciso di trasferirci appena andati in pensione. Ci aveva subito affascinato l’accoglienza e la cordialità delle persone. Pensi che il muratore, Silvano Rossi, che faceva i lavori al podere, veniva a prendermi alla fermata dell’autobus con la 500 e, visto che la casa era inagibile, mi portava a pranzo da lui. A Milano, non sarebbe mai successo, eravamo quattro famiglie nello stesso pianerottolo e in 25 anni nessuno di noi era stato nella casa dell’altro».

La casa, però, era tutta di rifare, mancava l’acqua che Nuccia e Giuliano andavano a prendere alla “cannellina” in paese, non c’era luce, né telefono. Ci sono voluti anni per rimettere tutto a posto. Fino al 1988, quindi, Nuccia, il marito, i figli e con loro anche gli amici dei figli, venivano a Civitella in agosto, semi-accampati nelle stanze ancora da sistemare. Poi i lavori in casa sono finiti e loro sono venuti a vivere qua, appena Giuliano ha cessato l’attività. Ma i nove anni prima sono stati comunque importantissimi per allacciare i rapporti e imparare a conoscere il paese, la gente e le abitudini. Ci sono aneddoti curiosi e storie di vita che testimoniano la realtà di quegli anni. A partire da strani “gemellaggi” con il quartiere di Milano, zona via Padova, dove Nuccia viveva.

Una storia, in particolare, racconta volentieri. E coinvolge un altro personaggio, don Adrio, il parroco e animatore sociale del quartiere milanese, che organizzava spettacoli teatrali e iniziative per beneficenza. E fu don Adrio, nei primi anni in cui era iniziata la “migrazione” estiva verso Civitella, a chiedere a Nuccia di metterlo in contatto con i cantori del maggio del paese per convincerli a una trasferta nella sua parrocchia.

Era il 1984. Partirono in cinque a bordo di una Mercedes presa in prestito. Nuccia ne ricorda nomi e soprannomi, mentre una foto li ritrae davanti al Duomo di Milano, dopo le spettacolo: Alberto Pepi detto Valvolino, Edolo Cortecci, Gianfranco Franceschini, Guido Rusci e Giulio Franceschini. Un sesto li raggiunse a Milano – un certo Puntura, detto Volpino (il nome non si sa) – così tornarono in sei e presero anche una multa di 150mila lire, perché la macchina era a cinque posti. I nomi, i soprannomi – anche le bestemmie – sono un’altra delle cose che più aveva colpito Nuccia appena arrivata a Civitella.

«Una fantasia incredibile – dice ridendo – perché ogni nome di battesimo aveva una storia. E se non era il nome, era il soprannome a raccontare e a definire la persona. Per noi era una favola. Come lo era il panorama davanti a casa. Per tutta la vita, a Milano, dalla finestra avevo visto un altro palazzo e una colata di cemento. Avere uno spazio così a perdita d’occhio, da solo valeva la scelta di vivere qui».

La cosa che tuttavia allora convinse Nuccia e Giuliano a trasferirsi fu la gente, lo stile di vita, l’ospitalità, l’accoglienza. D’altro canto, l’arrivo di nuove persone e famiglie a Civitella fu anche una risorsa, portava ricchezza oltre che una sorta di “ripopolamento”, là dove gli abitanti tendevano a spostarsi verso la città e i luoghi di studio o di lavoro.

Oggi le cose sono un po’ cambiate, Nuccia va meno in paese, ma il rapporto con le persone è rimasto inalterato. La gente passa ancora davanti al suo podere e va a trovarla, durante il periodo del lockdown la chiamavano per sapere come stava. Non ha mai sentito la solitudine, nemmeno dopo la morte del marito.

«Non tornerei mai a Milano – dice – anzi ho fatto venire giù anche mia sorella, che ha affittato una casa a Civitella. La mia vita è qui e non riesco a immaginarla diversamente». Nuccia si accende una sigaretta, sorride, accetta di farsi fare una foto e mi porge una delle sue poesie.

«...All’alba piccolo fiore/al tramonto rosa appassita/è ciò che resta della mia vita. / Ma non lasciarti andare. /No. Mai, meglio cesso vagante di qua/che fulgida stella nell’Aldilà». Come darle torto. —
 

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