La manifestazione
Condannato a 4 mesi per un post diffamatorio indirizzato al sindaco
Galli (Roccalbegna) si era costituito parte civile e sarà risarcito con 1.000 euro In quei giorni del 2017 mancava spesso l’acqua
roccalbegna
Sulla bacheca del proprio profilo Facebook aveva scritto: «Ma io stasera con che c... mi lavo? Come c... faccio la pasta? E domattina come c... faccio ad andare a lavorare se non ho un filo d’acqua in casa? Se ha le palle rispondimi brutto figlio di p...». Frasi indirizzate al sindaco di Roccalbegna, Massimo Galli. Il quale aveva presentato querela nei confronti dell’autore del messaggio. Era l’agosto del 2017. E l’autore, Gianluigi Vacca, 59 anni, abitante in paese, è stato processato per diffamazione aggravata e condannato a 4 mesi, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento del sindaco, costituitosi parte civile con l’avvocato Riccardo Cavezzini: 1.000 euro, più 1.110 euro di spese. Il pm onorario Leonardo Brogi aveva sollecitato 6 mesi.
Il contesto era quello di un periodo in cui erano state frequenti le interruzioni dell’erogazione dell’acqua, tra luglio e agosto. Il sindaco, sentito in aula, aveva dichiarato che, seppur il disservizio non fosse imputabile al Comune, «molte persone - si legge nelle motivazioni adesso depositate (dal giudice Alberto Lippini per Gian Marco De Vincenzi) - avevano ritenuto quest’ultimo comunque responsabile, attesa la sua partecipazione nella società Acquedotto del Fiora». In tanti, aveva aggiunto la vicesindaca, si erano lamentati con lei e con il sindaco. Ed era stata la stessa vicesindaca, così come la figlia del sindaco, ad avvertire Galli che sulla bacheca di Vacca c’era quel messaggio: addirittura era presente ancora un paio di mesi più tardi, ha specificato la polizia postale.
Il giudice è certo che Vacca sia responsabile. «Sebbene la difesa abbia sostenuto che, non essendovi alcun esplicito riferimento, il messaggio possa intendersi come inequivocabilmente rivolto a Galli, non può dubitarsi che questi, quale sindaco del Comune in cuji si era verificato il disservizio, ne sia proprio il destinatario». I testimoni sentiti hanno confermato che era il Comune il destinatario delle lamentele diffuse; e la frase del post «dovresti pensare a farmi star bene nel mio Comune» era riferita senza dubbio al sindaco. «Non è verosimile che l’imputato intendesse rivolgersi al presidente di Acquedotto del Fiora».
Le parole di quel post «esorbitano - aggiunge il giudice - dal limite di continenza che concorre a delineare il perimetro di liceità dell’esercizio del diritto di critica». Anche se l’epiteto è stato «espresso in forma contratta, tra le possibili declinazioni di significato ipotizzabili quella a contenuto infamante è certamente la più verosimile, sia poiché corrispondente all’uso prevalente con cui nella pratica viene fatto ricorso a tale locuzione, sia perché non vi sarebbe stato altrimenti motivo per l’imputato di sostituire parte di essa con i punti di sospensione». — p.s.
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