Sicurezza
L’atto di accusa nelle cinquecento pagine dei due pm
Mione e Pensabene hanno raccolto gli episodi criminosi che giustificherebbero le richieste di condanna Le posizioni delle difese
follonica
La terza settimana di settembre sarà molto significativa per Follonica. Martedì 22 verrà finalmente eletto il nuovo sindaco e due giorni dopo il tribunale di Grosseto darà la sua versione sull’esistenza o meno di un sistema di stampo mafioso che avrebbe preso il largo in città fino al 2017.
La presidente del collegio Laura De Girolamo ha fissato per il 24 settembre la data per la lettura della sentenza sul cosiddetto processo Capuano, che vede sette imputati accusati di aver preso parte a vario titolo a un sistema di estorsione su cui pende l’aggravante del metodo mafioso. Un quadro probatorio che le difese hanno respinto con forza durante le loro arringhe, a partire proprio da quella di chiusura di Guiscardo Allescia, difensore del commercialista Evans Capuano, ritenuto il vertice del presunto sistema, per cui l’accusa ha chiesto 15 anni di carcere. «I fatti di questo processo sono singolari», ha detto l’avvocato durante la discussione, mettendo in forte discussione quanto sostenuto da Arietto Giovannelli e Luca Marchionni, due imprenditore che si sono costituiti parte civile nel processo. Secondo Allescia, e per altre difese, la loro versione è inattendibile. Allo stesso modo, sarebbero state inverosimili le testimonianze di alcuni ex dipendenti dello studio, mossi soprattutto da «sentimento di vendetta nei confronti di Capuano», ha proseguito Allescia, chiedendo infine l’assoluzione per il suo assistito dai reati di lesioni, corruzione, incendio (per cui un procedimento c’è già stato e archiviato), furto, detenzione illegale di arma perché il fatto non sussiste. Chiesta anche l’assoluzione per il reato di estorsione e in subordine in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Quest’ultima del resto è la stessa richiesta di tutte le difese, concentrate nel sostenere l’inattendibilità delle testimonianze, parlando di un «contesto suggestivo», come è stato definito, tanto «vago e sensazionalistico da influire sulla prova e sulle richieste dei pubblici ministeri».
La direzione distrettuale antimafia di Firenze invece è certa che i vari episodi e le testimonianze raccolte in sette mesi di processo, portato avanti a ritmi serrati, dimostrino la sussistenza di tale metodo.
I pubblici ministeri Giuseppina Mione e Anna Pensabene hanno riassunto in 500 pagine di memoria presunti episodi di intimidazioni, minacce, furti, incendi e appunto estorsioni. Due versioni opposte, su cui dovrà pronunciarsi alla fine di settembre il collegio del tribunale grossetano, scrivendo così il primo capitolo di una verità giudiziaria che – c’è da scommetterci – verrà ripresa in altri gradi di giudizio, comunque vada. —
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