Il Tirreno

Grosseto

«Dopo la Concordia ho sconfitto il virus E voglio ringraziare chi mi ha soccorso»

ELISABETTA GIORGI
«Dopo la Concordia ho sconfitto il virus E voglio ringraziare chi mi ha soccorso»

Lo strano destino di uno chef sopravvissuto due volte  e il racconto della compaesana che l’ha accudito in ospedale

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il caso

ELISABETTA GIORGI

Per uno strano incrocio del destino si sono ritrovati insieme in ospedale a Grosseto. Lui era un paziente ricoverato. Lei al lavoro in un reparto del Misericordia. Stesse origini pugliesi.

«Ho aiutato Vito come avrebbe fatto chiunque - racconta la professionista sanitaria - Volevo farlo sentire a casa, in ospedale, come se fossimo della stessa famiglia. Come se io fossi una sorella».

Chi parla è Migena Duro, 40 anni professionista sanitaria del e Misericordia di Grosseto: lavora al Pronto soccorso. È nata in Albania a Durazzo, dove si respira il valore della solidarietà, «fortemente radicato nel dna della mia terra da secoli». Migena poi ha vissuto in Puglia per 15 anni, dove appunto abita Vito. Da lì in poi le loro rotte hanno portato a Grosseto, in questa strana storia dai destini incrociati.



Vito Clemente, chef, abita a Mola di Bari e nel 2012 era scampato al naufragio della Costa Concordia. «Lavoravo a bordo della nave – racconta per telefono da casa sua – Facevo lo chef, ero primo cuoco. Quando successe il disastro mi aiutò mio cognato a tornare a casa sano e salvo; ma quella ormai è un’esperienza superata. Lo spavento più grosso ce l’ho avuto adesso: stavolta ero a bordo di un’altra nave della Costa – la Diadema – quando sono rimasto contagiato dal Covid e sono stato portato d’urgenza in ospedale a Grosseto». Prima a Terapia intensiva, poi a Malattie infettive. «Per la seconda volta sono capitato in circostanze drammatiche a Grosseto, a bordo dii una nave; e per due volte Grosseto mi ha salvato: forse a questo punto, per tutta la consuetudine che ho maturato, in Maremma dovrebbero darmi la cittadinanza onoraria!», ci scherza sopra.

A bordo della Diadema è stata un’odissea. La nave ha solcato i mari dell’Asia e dell’Europa in emergenza sanitaria per due settimane, respinta da diversi porti con 1200 membri dell’equipaggio a bordo, tra cui contagiati dal Covid. Un calvario.

«Mi sono sentito malissimo, ho avuto la febbre, tosse e due crisi respiratorie - racconta Vito - La prima volta sono riuscito a chiedere aiuto, mentre la seconda no. Uno chef mi ha sentito dalla cabina vicina e ha dato l’allarme, in piena notte. Hanno chiamato aiuto, mi hanno messo l’ossigeno. Sono stati momenti duri, in attesa di arrivare in Italia dove speravamo che ci facessero attraccare presto».

Quel “presto” non è arrivato così velocemente, se non alla fine di un andirivieni in cui la nave è riuscita ad approdare al porto di Piombino («grazie al sindaco piombinese») e così lo chef Vito Clemente è stato portato di corsa a Grosseto, al Misericordia, dov’è rimasto dal 31 marzo al 10 aprile. «Il momento più duro – prosegue lui – è stato a bordo dell’ambulanza in cui stavo “sotto vuoto” e facevo fatica a respirare. Poi in ospedale sono stato seguito bene: dai medici agli infermieri agli addetti alle pulizie, a Grosseto sono stati tutti bravissimi – dice Clemente – e vanno lodati. Ora sono a casa mia, con la famiglia, qua in Puglia; sto bene e finalmente sono guarito, ma il mio pensiero va a chi mi ha curato e appena ne avrò la possibilità voglio tornare al Misericordia a salutare il personale». In particolare «una mia compaesana che mi ha accudito e curato; mi è venuta a cercare, mi ha fatto sentire in famiglia e mi ha aiutato in tutto: non dimenticherò mai quello che ha fatto per me - dice Vito - Si chiama Migena. Un giorno mi arrivò il messaggio di un mio amico, che mi diceva... “Ti verrà a cercare in reparto una persona...”».



Migena Duro, 40 anni operatrice sanitaria, è madre di due figlie e lavora da 8 anni in ospedale a Grosseto.

Racconta questa storia con pudore, dicendo di «non aver fatto nulla di straordinario. Semplicemente volevo che Vito mi sentisse come la sua famiglia, che non si sentisse solo in ospedale; era in condizioni gravi e spaventato per la sua salute e per tutto quel che aveva passato; pure esausto per il fatto di non aver potuto attraccare a lungo con quella nave. Quando io ho saputo da un amico comune che il mio “compaesano” era in ospedale, sono andata a cercarlo. Appena sono entrata in una stanza ho chiesto: “Chi è Vito? ” Lui ha visto una donna vestita da palombaro e ha alzato la mano per farsi riconoscere».

Da quella mano in poi, Migena ha fatto di tutto per aiutarlo. «Andava a trovarlo nel turno libero, prima di iniziare il lavoro o dopo aver finito, sempre con tutte le precauzioni e seguendo i protocolli in maniera rigida. Mi sono approcciata a lui come se fossi una sorella: volevo farlo sentire a suo agio, dargli quel calore umano di cui una persona ha bisogno in quei casi. “Fai finta che tu sia qua a casa della tua sorella”, gli ho detto mettendomi a disposizione per lavare e disinfettare i panni, procurargli spazzolino e dentifricio, fazzoletti, insomma tutto quello di cui avesse bisogno. Per quel che potevo fare ero pronta, anche perché noi tutti pregheremmo se qualcuno ci aiutasse, no? E comunque penso di non aver fatto niente di eccezionale. C’è sempre bisogno di aiutare qualcuno, in questo mondo, di dargli sostegno materiale e umano, conforto e affetto», dice Migena, «e voglio credere che chiunque di noi farebbe in questo modo. Io non ho meriti particolari. Credo che la mia azienda sanitaria abbia davvero saputo affrontare al meglio la situazione e gestire l’emergenza. Ci siamo fatti in mille tutti, lavorando con impegno e sacrificio, con grandi risultati».

Ora Vito ha promesso che tornerà a Grosseto con la moglie, a salutare Migena che il resto del personale che l’ha aiutato. «Rivedrò con piacere Vito – chiude lei - ma non deve ringraziarmi. Come si fa a ringraziare una sorella? A me basta che stia bene. La mia casa è aperta a lui e alla sua famiglia».

L’ultimo pensiero commosso di Migena è per il discorso che il suo connazionale, il premier albanese Edi Rama, fece all’aeroporto di Tirana il giorno in cui salutò un team di 30 medici e infermieri albanesi che partivano per l’Italia, in aiuto ai colleghi lombardi impegnati nella lotta al virus. «Vogliamo dimostrare all’Italia che l’Albania e gli albanesi non abbandonano mai un proprio amico in difficoltà - disse Rama - Oggi siamo tutti italiani, e l’Italia deve vincere e vincerà questa guerra anche per noi, per l’Europa e il mondo intero». Anche il caso di Migena lo dimostra. —



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