Sicurezza
«Non voglio che il mio territorio paghi per scelte industriali prese altrove»
Domani a Grosseto si discute della destinazione dei gessi rossi della Tioxide, per i quali c’è l’ipotesi di stoccaggio nell’ex cava di Pietratonda. E proprio da Campagnatico il sindaco alza gli scudi
Lina Senserini / CAMPAGNATICO
È in programma domani mattina a Grosseto, negli uffici distaccati della Regione in via Cavour, la conferenza dei servizi che dovrebbe decidere il destino delle ex cave di Pietratonda, nel comune di Campagnatico. Se in quell’area, cioè, potranno essere stoccati o meno i gessi rossi, gli scarti della lavorazione del biossido di titanio prodotto negli stabilimenti follonichesi della Tioxide Europe, oggi Venator Italy.
Il condizionale è d’obbligo, perché la decisione finale potrebbe essere rimandata alla conferenza successiva.
Il clamore nato intorno alla vicenda, la partecipazione dei comitati ambientalisti e del Comune di Civitella Paganico, che non erano presenti a quella del 21 gennaio e che hanno espresso forti dubbi su molti aspetti del progetto di ripristino della società Accornero, proprietaria del sito, nonché alcune novità emerse nel frattempo, non ultima la presenza documentata di specie protette nell’area interessata, hanno sparigliato le carte.
Luca Grisanti, sindaco di Campagnatico, i gessi rossi potrebbe trovarseli alle porte di casa, come la collega di Civitella Paganico, Alessandra Biondi, il cui comune confina proprio con l’area della “miniera” e che subirebbe un impatto da lei stesso definito «devastante» se il progetto dovesse andare avanti. Con l’aggiunta, per Grisanti, delle competenze amministrative e autorizzatorie, ma pur sempre senza potere di veto nella conferenza dei servizi di domani.
«Ho avuto già occasione di dire – spiega – che la mia non è una posizione talebana, un “no” a tutti i costi, ma prima mi devono dimostrare che i gessi rossi sono davvero il miglior ammendante del mondo. Dopo si può discutere, ma fino a quel momento, la mia posizione è di contrarietà».
Che cosa non la convince del progetto di Accornero?
«Ci sono molti aspetti che non persuadono né me né i miei tecnici, che riguardano i rischi per il reticolo idrico, l’impatto non quantificabile nel tempo delle sostanze contenute nei gessi rossi, quanto e come potrebbero interagire con l’ambiente circostante, soprattutto con l’azione degli agenti atmosferici. Questo progetto stride, a dir poco, con la scelta di sviluppo fatta da questo Comune che si basa sulla qualità dell’ambiente, la bellezza del paesaggio in gran parte incontaminato, l’arte e la cultura, il turismo verde. Ci sono poi le questioni più strettamente amministrative».
Cosa può fare il Comune sotto questo aspetto?
«Già alla conferenza dei servizi del 21 gennaio, il Comune ha dato alcune prescrizioni ad Accornero srl, chiedendo documentazione aggiuntiva rispetto a quella presentata, nonché la riformulazione della richiesta per le autorizzazioni urbanistiche. Quello che era nelle nostre possibilità lo abbiamo fatto, tenendo conto che una pubblica amministrazione si muove all’interno delle maglie normative, oltre le quali non può andare se non a rischio di esporsi a ricorsi e a “costosi” iter giudiziari. In questo senso abbiamo già dato, e solo perché le cave di Pietratonda sono nel nostro territorio, sborsando 28mila euro di spese processuali. Il tribunale di Grosseto, infatti, quando ha condannato Accornero al ripristino dell’area, ormai una quindicina di anni fa, ha anche decretato la compensazione delle spese. E noi eravamo parte in causa».
Allora ci si deve spostare sul piano “politico”, sull’opportunità di portare qui i gessi rossi?
«Ho già avuto qualche telefonata, dove si paventano i rischi di chiusura della Tioxide, con pesanti ricadute occupazionali, se non potrà portare i gessi rossi a Pietratonda. Non voglio usare la parola “ricatto”, ma nemmeno voglio che il mio territorio paghi le spese di scelte industriali oggi non più sostenibili. Mi rendo perfettamente conto che perdere posti di lavoro, in questo particolare momento storico, sia un dramma nel dramma. Tuttavia, non è certo più “etico” pensare di risolvere il problema portando un milione di tonnellate di scarti industriali, per quanto classificati come ammendante per l’agricoltura, in un ex sito minerario chiuso più di trent’anni fa, in cui la natura si è ripresa i suoi spazi, meglio di come avrebbe potuto fare l’uomo con un ripristino ambientale, anche fatto in tempi opportuni».
Se fosse lei a decidere lunedì, allo stato attuale il suo sarebbe un parere contrario?
«Io ho a cuore la salute dei miei cittadini e la qualità del territorio, non ho intenzione di essere supino rispetto a una scelta presa altrove. Voglio conoscere i rischi, avere certezze su cosa comporti lo stoccaggio sotto ogni punto di vista, fermo restando che a Campagnatico non sentiamo il bisogno di “costruire” una collina artificiale di gessi rossi al posto di un laghetto e di una ex cava, in cui oggi si vedono appena gli effetti dello scavo, perché ricoperta di vegetazione spontanea». —
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