Il dolore
Sfondarono la vetrina con un’auto rubata
Un uomo di 36 anni ritenuto colpevole di furto e ricettazione: decisive le tracce biologiche nel passamontagna
Le immagini della videosorveglianza, le impronte sul cofano dell’auto rubata usata per il furto, i campioni biologici recuperati dall’interno dei passamontagna.Sono le prove che hanno portato alla condanna a quattro anni e venti giorni per Adriano Sedjovic, 36enne originario della provincia di Foggia, accusato dei reati di riciclaggio e furto. Fatti che risalgono all’estate 2012, quando secondo l’accusa Sedjovic, insieme ad altre due persone, avrebbe sfondato l’ingresso della stazione di servizio Shell a Gavorrano, rubando poi soldi e sigarette dall’interno dei locali. Una pena, quella inflitta dal giudice Giovanni Puliatti, che ha superato anche la richiesta del pubblico ministero onorario Elena Bartalini che, considerando il rito abbreviato scelto dall’imputato, si era limitata a chiedere una condanna a tre anni. «Il quadro probatorio è chiaro», ha detto Bartalini durante la sua requisitoria.
Stando agli elementi di accusa, il 36enne, che ha assistito all’udienza in videoconferenza dal carcere di Perugia dove è detenuto per altri motivi, la notte tra il 10 e l’11 agosto 2012 era a bordo di una Fiat Stilo, che risulterà poi rubata venti giorni prima a una donna di Follonica. Il piano sarebbe stato semplice: usare la macchina per sfondare l’ingresso dell’area di servizio, entrare a volto coperto con dei passamontagna e cercare di rubare quanto più possibile. E così sarebbe andata: il bottino saranno 600 euro di fondo cassa e svariati pacchetti di sigarette per un totale di circa 500 euro. Ma la banda lascerà dietro di sé delle tracce, che permetteranno agli investigatori di risalire a due di loro (uno è rimasto ignoto): uno dei due appunto Sedjovic.
Tracce che si sono tradotte in prove: le ammaccature dell’auto risulteranno compatibili con lo schianto contro l’ingresso dell’area di servizio, mentre nei passamontagna verranno ritrovati campioni biologici compatibili con quello dell’indagato. L’avvocato difensore, Aldo Tisi, nell’udienza ha provato a puntare sul fatto che le prove non superassero la soglia del ragionevole dubbio, compresi i campioni biologici, perché i segmenti genetici non sono stati confrontati nella loro interezza rispetto al profilo genetico dell’imputato. Ma per il giudice le prove devono essere risultate sufficienti anche per una pena superiore alla richiesta del pm.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
