Il dolore
Una maturità senza rito: la classe del 2020 che aspetta l’esame “rubato” dal virus
Dopo mesi di didattica a distanza gli studenti si preparano. Viaggio tra amarezze e speranze di una strana esperienza
Gli hanno dedicato film, serie tv, canzoni e fiumi di inchiostro. Da “Ecce Bombo”, a “Immaturi” a “Notte prima degli esami”, titolo anche della celebre canzone di Antonello Venditti, che ha fatto da colonna sonora a generazioni di studenti.
L’esame di maturità, con il suo carico di ansia e paura, speranza e senso di liberazione è il vero momento di passaggio alla vita adulta. Si ha un bel dire che l’adolescenza di oggi vada ben oltre i 18 o i 19 anni dei maturandi, perché lasciare la comfort zone dei banchi di scuola è uno strappo. Da quel momento non ci sono più scuse, a partire dalla fatidica decisione se cercarsi un lavoro o proseguire gli studi e, in questo caso, scegliere la facoltà giusta. Non per niente l’ultimo anno di scuola è segnato da scadenze, come l’estrazione delle materie d’esame e la composizione delle commissioni, da riti “propiziatori”, come la cena dei 100 giorni con compagni e insegnanti. Poi l’ultima gita tutti insieme, l’attesa dell’ammissione, l’agenda del ripasso. E dopo le prove scritte, l’estrazione della lettera e il calendario dell’orale, che decreta quanto tempo resta ancora per studiare o quanto ancora manca prima di buttare i libri e tuffarsi nell’ultima vacanza da studente, perché comunque l’università è tutta un’altra storia.
Di tutto questo, il coronavirus ha privato i maturandi dell’anno scolastico 2019 – 2020. E non c’è niente che possa ripagarli dal dispiacere di essere stati fisicamente lontani per oltre tre mesi, che restituisca loro la mancata gioia di abbracciarsi al termine dell’orale, per alcuni per l’ultima volta, di salutare i professori e i bidelli, preside e segreteria. Eccoli allora, il 17, giugno ad affrontare un surrogato di esame, funestato anche dal distanziamento e dalla regole anticontagio. Il Tirreno ha incontrato alcuni ragazzi che hanno raccontato come vivono questo momento del tutto nuovo e inatteso.
«Resta solo la paura, tutta la parte divertente ce la siamo persa»
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Paganico. Niccolò Tuttini, frequenta l’ultimo anno del liceo classico a Grosseto, vive a Paganico e fra poco compirà 19 anni. Studente eclettico, recita, si occupa di teatro, scrive poesie. È stato tra i finalisti toscani, unico grossetano, al concorso letterario “Quarantena poetica”, una gara di solidarietà a cui potevano partecipare i ragazzi che frequentano la scuola superiore, ideata dal Parlamento regionale degli studenti della Toscana.
Ancora indeciso sulla scelta dell’università, diviso tra andare alla Sapienza a Roma o a Siena. Di certo c’è che studierà Lettere.
«Di questo esame manca tutto – dice – è rimasta solo la parte ansiogena. È venuta meno la cena dei 100 giorni, manca l’emozione della notte prima dell’esame, perché in una mattina, alla svelta e senza nemmeno sapere bene come, ci toglieremo il pensiero. Mancherà il saluto con i compagni e i professori, gli abbracci e i libri che volano per aria come nella migliore tradizione iconica della fine di un percorso scolastico. Certo mi ricorderò del giorno dell’esame, ma sarà come se non lo avessi vissuto, perché niente è come mi ero immaginato. E sento anche il dispiacere di non aver avuto la consapevolezza che il giorno della chiusura delle scuole, fosse l’ultimo che avrei trascorso in classe con i miei compagni. Vorrei riavvolgere il nastro, rientrare in classe, sentire la campanella, sapendo che è stata l’ultima della mia vita di studente. Mi fa fatica pensare di sedermi davanti alla commissione con la mascherina, a fare questo maxi-esame orale da solo, al massimo con un accompagnatore. Non sentirò nemmeno il sollievo di aver finito, perché è vero che ho studiato prima di tutto per me, ma alla fine era tutto improntato alla vera maturità, non a questo surrogato di esame. Le aspettative dei maturandi non vengono valorizzate in tempi normali, figuriamoci questa volta! Anche se con i compagni trovassimo il modo di festeggiare dopo, è tutto finito: ansia, speranza, paura. Emozioni che purtroppo non ci saranno già più».
«Prima la leggerezza poi la tristezza di non essere in classe»
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Massa Marittima. Gaia Puleo, ha 18 anni, vive a Massa Marittima e frequenta il quinto anno dell’istituto tecnico Bernardino Lotti. Il suo futuro è nelle professioni sanitarie e sta già pensando all’esame di ingresso per l’Università, con l’idea di specializzarsi in fisioterapia. Come per molti degli altri ragazzi si sente privata di un traguardo cui pensava di arrivare in tutt’altro modo e per il quale si era preparata per i cinque anni di superiore.
«All’inizio mi sono sentita più leggera – spiega – senza lo stress di vestirsi, uscire da casa e correre a scuola. Ho fatto ritmi meno frenetici, mi sono goduta la tranquillità del mio ambiente, pur continuando a studiare con molto impegno. Mi sono detta che non tutti i mali vengono per nuocere, ma con il passare del tempo, con la certezza che le lezioni non sarebbero mai riprese, mi sono resa conto che mi mancavano i miei compagni, la classe, i professori, come se fossi chiusa in un bozzolo privo di contatti reali, collegato al mondo dai social, il telefono e le videolezioni. Addirittura mi mancava anche fare il pendolare. Allora è subentrata la tristezza, con un desiderio crescente di incontrare i miei compagni per godersi gli ultimi giorni di scuola tutti insieme. Avrei accettato di buon grado anche le tensioni che inevitabilmente ci sono. Vedersi su un computer non è come essere uno accanto all’altro di persona, manca il confronto, la complicità, la condivisione, anche con i professori. Per fortuna che sono stati tempestivi con la didattica a distanza, così siamo andati avanti con i programmi e abbiamo avviato il ripasso. In realtà, non sapendo bene come si svolgerà questo esame ho difficoltà a trovare un metodo di studio e ora che manca davvero poco, comincia a salire l’ansia. Vorrei tanto che non ci fosse l’obbligo di stare lontani e avere, per quel giorno, il supporto dei miei compagni. E invece entreremo a scuola da soli. Chi vuole potrà aspettare fuori, ma a distanza e dopo neanche un abbraccio».
«A casa per due mesi, ho riscoperto amicizie che credevo perse»
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Grosseto. Asia Corridori, vive a Grosseto, ha 18 anni, frequenta la quinta del liceo delle scienze umane nel capoluogo. La brusca interruzione delle lezioni a causa del coronavirus ha impedito a lei e alla sua classe di vivere insieme l’attesa, ha fermato la partenza per Amsterdam, la cena dei 100 giorni, ma soprattutto gli open day con le università. Bologna o Firenze, la destinazione di Asia, per studiare Servizio sociale, un ramo delle scienze sociologiche.
«Sto cercando di essere positiva – dice – perché non voglio abbandonarmi al dispiacere di essermi persa tante cose attese per anni. Lo stop alle lezioni in classe, così come stare chiusi in casa per più di due mesi, alla fine mi ha fatto ritrovare tante persone da cui mi ero allontanata. Questo è un aspetto molto positivo, perché in certi momenti si riscoprono amicizie sorprendenti. Poi, tutto il resto non va: la cena dei 100 giorni, il viaggio ad Amsterdam annullati e non sappiamo se ci saranno le condizioni per andare a Mikonos dopo la maturità. Era il modo di festeggiare con gli amici e salutarci, ma a giudicare da come vanno le cose, non credo che lo faremo. Sono mancati anche gli open day con le università, la preparazione per i test di ingresso, in più non sappiamo come prepararci per l’esame. Nemmeno i professori hanno le idee chiare su quali indicazioni darci, né possiamo confrontaci tra compagni di classe e con i professori stessi, che non vediamo da mesi. Mi manca condividere l’emotività, l’ansia e l’emozione dell’esame e mi sento stanca dopo tutto questo tempo a studiare con modalità e materiale nuovo. Arriverò devastata davanti alla commissione. E alla fine di tutto dovremo stare a distanza senza baci e abbracci, né una cena di fine anno. Il coronavirus mi ha privato della gioia dell’ultimo saluto anche ai professori, al personale della scuola, oltre che con molti compagni che indubbiamente perderò di vista».
Per l’asso con la matita la scuola è comunità «Manca salutare tutti»
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Grosseto. Alice Esposito, grossetana, 18 anni, frequenta la quinta liceo artistico, al Polo Bianciardi di Grosseto. Si commuove mentre parla della sua classe, dei compagni, dei professori. Per lei la scuola è stata molto di più che un luogo di studio, è stata una “comunità” in cui è cresciuta e maturata. Avrebbe voluto chiudere in bellezza, magari proprio con un pianto liberatorio, prima di avviarsi verso la vita universitaria a Bologna, per studiare illustrazione e fumetto o illustrazione per l’editoria. Oppure a Firenze, per specializzarsi in grafica d’arte e illustrazione.
«Sono amareggiata e dispiaciuta, la pandemia ci ha privato del piacere dei riti pre-maturità, a partire dalla cena dei 100 giorni, che cadeva proprio nei giorni in cui tutta l’Italia si è fermata. Non ci sarà la cerimonia della consegna dei diplomi, né la possibilità di stare insieme per festeggiare, che sono cose importanti perché chiudono un periodo della vita. Tanto più che la mia scuola è una grande famiglia con un rapporto molto stretto tra i ragazzi e con i professori. Non posso pensare di non rivedere i miei insegnanti, non riabbracciarli, né salutarli, visto che alcuni mi hanno accompagnato dalla prima alla quinta liceo. È vero che siamo tutti in contatto, ma comunque dietro a uno schermo, tra i dubbi e le incertezze di come sarà questo esame. Avevo così tante aspettative, coltivate non solo in questo ultimo anno, ma fin dall’inizio del liceo. Ho pensato a lungo all’emozione che mi avrebbe accompagnato in questo periodo. Diciamo che sono cinque anni che mi preparo all’esame di maturità, ad affrontarlo al meglio, perché mi rendo conto che è un passaggio unico e fondamentale nella vita di ognuno di noi. Così è come viverlo a metà. Mi viene da piangere anche ora che ci penso. Figuriamoci come sarà quel giorno. Piangerò di nuovo, è certo, saranno lacrime di sollievo, di liberazione, ma anche di grande tristezza per quello che mi sono persa e che non potrà mai più essere».
Arrabbiata per lo stop, ma in Danimarca ora l’attende il college
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Orbetello. Greta Giuliani, abita a Orbetello, ha 19 anni e frequenta la quinta liceo linguistico del Polo liceale lagunare. Per lei, come per i compagni, il termine improvviso delle lezioni è stato uno choc, che ha superato grazie ai social e alla possibilità di stare insieme virtualmente, e grazie anche alla didattica a distanza.
Dopo la maturità la attende un college in Danimarca, il paese di origine della madre. Così alla fine dell’estate saluterà per lunghi mesi amici e compagni con cui ha condiviso scuola e tempo libero.
«È stato tutto molto strano – dice – all’improvviso ci siamo ritrovati a casa, senza sapere cosa fare, senza sapere se saremmo tornati a scuola e quando. La didattica a distanza è iniziata solo un mese dopo e a quel punto avevamo già perso il contatto tra noi e con la scuola, benché fossimo rimasti uniti dai social e con il telefono. Il 20 marzo saremmo dovuti andare in gita, saltata anche quella, mentre arrivavano notizie confuse e discordanti sul futuro dell’anno scolastico. Anche ora non sappiamo bene come deve essere fatto l’elaborato da consegnare il 13 giugno e da discutere all’esame orale. Sono confusa, ma quello che più mi dispiace è che la pandemia ha azzerato tutto: stare con i compagni, condividere ansie e paure, vivere insieme l’atmosfera dell’attesa, ci ha rubato un pezzo di vita. Ha senso fare un esame così? Certo c’è tensione, paura, ma io sono più che altro arrabbiata. Non potrò abbracciare i miei amici, i miei compagni, i professori, che non rivedrò più per lungo tempo. Mi sento derubata di un momento che ho atteso per tutta la mia vita scolastica. Questi sarebbero stati gli ultimi mesi con i miei compagni, che sono anche i miei migliori amici, perché oltretutto andò a studiare per cinque mesi in Danimarca, in un college americano, un’accademia libera per studiare arte. Sono felice di partire, ma ho il rimpianto per questi mesi e per l’esame di maturità. Persi e che non mi non restituirà nessuno».
Tanta preoccupazione ma il futuro si chiamerà Maserati o Ducati
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Orbetello. Matteo Biscolli, 18 anni, di Albinia, frequenta il quinto anno del Polo tecnologico Manetti-Porciatti, di Grosseto, indirizzo elettronico. Ha un progetto di vita importante e le idee chiare: studiare ingegneria elettronica all’Università Enzo Ferrari a Modena, poi lavorare per aziende leader come Maserati o Ducati. Ma prima lo scoglio di questo esame “a metà” che proprio non lo entusiasma.
«Passeremo alla storia per la prova di maturità più assurda mai data prima. E speriamo che non succeda come nel film “Immaturi”, che l’esame venga annullato e lo scopriamo dopo anni. Magari torniamo tutti in classe e facciamo anche lo scritto», dice ridendo. «Certo anche io ho un discreto stato d’ansia come tutti i miei compagni, i maturandi prima e quelli dopo di me, ma so anche che non ci sarà una vera selezione e, alla fine, anche chi si presenta con voti bassi uscirà con il famoso pezzo di carta. Dovrà solo studiare un po’ di più. Mi conforta che faremo almeno l’interrogazione in presenza, perché il contatto umano non può essere sostituito da uno schermo, anche se mi rattrista che non saremo accompagnati dai nostri amici e familiari né ci saranno i compagni ad aspettarci fuori dalla porta. Non abbiamo potuto condividere questi mesi e non saremo insieme a farci reciprocamente coraggio per gli scritti e per l’interrogazione. Ci perdiamo cose che fanno parte delle esperienze di ogni studente e che ci accompagnano nella vita adulta. Ma non solo, questa maturità ha tolto anche la soddisfazione di dimostrare le competenze acquisite. Chi ha fatto l’esame lo scorso anno, ha messo a frutto anche le cose imparate con l’alternanza scuola-lavoro. Ora invece sono saltati anche i corsi pomeridiani, ad esempio quelli di robotica, spostati al 2021. Insomma non potrà esserci la soddisfazione di mettere a frutto cinque lunghi anni di vita e di studio. Di positivo c’è stato che la didattica a distanza ci ha fatto usare per forza e di più il computer e almeno abbiamo aumentato le competenze».
«La teledidattica? Mi ha dato una mano» E il domani è un circo
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Capalbio. Ghisola Papalini, 19 anni, originaria di Capalbio, ha vissuto a Grosseto nel periodo in cui ci sono state le lezioni, al Liceo scientifico sportivo. Una voce fuori dal coro, la sua, perché il lockdown le ha permesso di rientrare in famiglia e di riscoprire tante cose che vivendo fuori si era persa. Il suo futuro è a Torino, all’Accademia di circo, dove resterà tre anni per prendere il diploma e, magari dopo andare all’università o, come dice, inventarsi un lavoro.
«Ho vissuto bene la didattica a distanza – racconta – perché dopo anni passati a Grosseto, dove mi ero trasferita da sola per seguire meglio le lezioni, sono potuta rientrare nel mio paese di origine, a Capalbio. Dalla terza superiore, infatti, ho iniziato a studiare discipline aeree alla scuola di circo e gli orari mi hanno costretto a trasferirmi. Ora, il mio obiettivo è finire, lasciare il prima possibile la scuola e iniziare la mia nuova vita. Non ho sentito la mancanza della classe, perché a casa ho riscoperto la mia famiglia e le mie vecchie abitudini. La didattica a distanza mi ha consentito anche di studiare meglio. Soffro di una disturbo dell’apprendimento, una forma di dislessia che si riflette nella capacità di immagazzinare le informazioni e ricordarle. Gli ausili, come le lezioni registrate, sono state un miglioramento per me, perché potevo riascoltare le spiegazioni ogni volta che volevo. Forse anche per essermi allontanata prima del previsto dalla scuola, vivo questo il momento della maturità come una liberazione, né mi preoccupa come sarà, perché sono stanca e voglio finire alla svelta. Sono sicura che andrà meglio di come sarebbe stato in condizioni diverse, non solo per la modalità dell’esame in sé, ma anche perché da casa ho potuto studiato meglio e mi sento più preparata. Non ho troppa nostalgia della scuola, voglio solo partire per Torino. Sono sicura che lo studio là sarà più semplice degli anni di liceo a Grosseto».
Il privilegio della gita e l’incertezza del prossimo viaggio
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Arcidosso. Riccardo Franza, ha 18 anni, vive ad Arcidosso, frequenta la quinta Liceo scientifico, indirizzo linguistico, a Castel del Piano. È stato più fortunato di molti altri maturandi perché è riuscito ad andare in gita a Praga, con i compagni di scuola. Il lockdown prima, infine la decisione di fare solo l’orale per la maturità, lo hanno spiazzato. Ma più di tutto lo ha messo in crisi la lontananza dai compagni, la parte emotiva dell’esame da condividere negli ultimi mesi di scuola.
«Essere andati in gita – racconta Riccardo – è un privilegio, considerando che quasi nessuna scuola aveva programmato i viaggi prima di marzo. Siamo andati a Praga da soli, senza gli insegnanti e organizzandoci in autonomia. La classe si è unita ancora di più, abbiamo cominciato a immaginare come sarebbero stati gli ultimi tre mesi di scuola, ma soprattutto le settimane prima dell’esame e come affrontare quei fatidici giorni. Appena rientrati in Italia è scattato il lockdown e ci siamo ritrovati a casa dall’oggi al domani. Per fortuna non ho avuto particolari problemi con la didattica a distanza, ma essere a casa da solo, per quanto in video fossi insieme al resto della classe, è stato ed è tutt’ora molto pesante. Abitando in un piccolo centro, siamo cresciuti insieme, eravamo abituati a studiare e a passare il tempo libero insieme. Così, anche se non sono realmente preoccupato per l’esame, mi manca il supporto dei compagni e poter sostenere la prova scritta con loro. Non mi piace l’idea di andare per un’ora davanti alla commissione senza il loro sostegno. Non potranno entrare, al massimo aspettare fuori a distanza di sicurezza. Mi chiedo se fare una maturità così abbia un senso. È venuto meno anche l’entusiasmo per l’università. Ero orientato a fare Biotecnologie a Firenze, ma in questo momento mi sono passate le fantasie. Cerco di concentrarmi sull’esame, almeno l’interrogazione è in presenza. Poi chissà, forse festeggeremo tutti insieme con un viaggio ma dipende dal virus».
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