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«Il biondino era il capo dello spaccio nel bosco»

pierluigi sposato
«Il biondino era il capo dello spaccio nel bosco»

I carabinieri ricostruiscono gli appostamenti dell’operazione “Drive In” del 2017 Le parole in codice per indicare la droga captate nelle intercettazioni

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Capalbio

Nome e cognome piuttosto comuni tra la sua gente: Said Jarmouni. Ma l’aspetto no, quello era ed è inconfondibile: «Occhi chiari, capelli chiari. Lo chiamano “il biondino», ha spiegato il sottufficiale dei carabinieri che ha riassunto nell’aula bunker la parte iniziale degli accertamenti dell’operazione Drive In, quella che tre anni fa aveva portato a smantellare la rete di spaccio di droga attestata nel bosco del Prataccione, a Capalbio. Diciassette gli imputati con Jarmouni, classe 1980, ritenuto il capo. «Lui decide, lui tiene i contatti con le altre piazze dello spaccio». In azione con lui nella macchia un intermediario e un «operaio», incaricato di consegnare la sostanza stupefacente agli acquirenti. E uno dei compiti delle persone coinvolte era quello di tenere sotto sorveglianza gli accessi a quel tratto di bosco. Era il 2017 e l’indagine aveva vissuto vari spezzoni.

I carabinieri avevano organizzato dei servizi di appostamento, con pattuglie dotate di videocamera. Annotavano date, orari, numeri di targa di auto e scooter, riconoscevano (spesso perché a loro già noti) i clienti, effettuavano (se ritenuti opportuni) dei sequestri, notavano che c’era chi portava i rifornimenti come l’acqua, chi portava via la spazzatura dall’accampamento nel bosco. Sentivano anche le voci: «Eravamo a cento metri, l’acustica era molto buona. Chi arrivava spesso gridava “Mostro” e qualcuno spuntava fuori dal bosco». Parole d’ordine.

Le deduzioni dell’Arma sono state talvolta oggetto di contestazioni da parte dei difensori ma il racconto è filato per un’ora, per poi essere aggiornato ai primi di giugno, con modalità diverse da quelle di ieri: i quattro detenuti a Massa Marittima portati in aula dovranno assistere a distanza, collegati da altre carceri toscane, come hanno fatto gli altri tre connessi in videoconferenza da San Gimignano e Sollicciano. Ciò perché, ha voluto specificare la presidente Laura Di Girolamo nella comunicazione poi rivolta al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, l’affollamento è stato importante e comunque non voluto. Tra i presenti in via Monterosa (tre giudici, cancelliera, addetta alla trascrizione, tecnico degli uffici giudiziari, otto avvocati, quattro imputati detenuti e uno a piede libero, interprete) anche i dieci agenti della polizia penitenziaria di scorta ai carcerati.

Oggetto della deposizione del sottufficiale dell’Arma chiamato dal pm Anna Pensabene anche i “codici” usati nelle comunicazioni tra spacciatori e consumatori: «Dalle intercettazioni e dai riscontri ottenuti con i successivi sequestri abbiamo ad esempio compreso che “Fai come l’ultima volta” voleva dire la medesima quantità e specie di droga. Con “lenta” si intendeva l’eroina, con “veloce” la cocaina, per gli effetti sull’organismo delle sostanze stupefacenti. “Fra tre o quattro minuti sono lì” non si riferiva al tempo per arrivare al bosco ma alle dosi. “Due grandi” aveva per significato una dose da 0,80 grammi, “una piccola” da 0,40».

Dal giugno 2017 i carabinieri vennero dotati di una nuova attrezzatura: una videocamera controllabile a distanza, non c’era più bisogno di stare lì. «La nascondemmo i un masso riprodotto in gesso, dello stesso genere di quelli della zona». E le indagini proseguirono. — pierluigi sposato



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