Il Tirreno

Grosseto

I sindacati suonano l’allarme «Si abusa del lavoro a chiamata»

I sindacati suonano l’allarme «Si abusa del lavoro a chiamata»

Hanno riscontrato molte situazioni sospette nel commercio, nella ristorazione e in agricoltura

4 MINUTI DI LETTURA





grosseto

La recessione economica portata dalla pandemia di Covid-19, sta ulteriormente allargando la forbice fra i redditi bassi e quelli alti: è il campanello d’allarme suonato dai sindacalisti: Claudio Renzetti di Cgil, Fabrizio Milani di Cisl, Federico Capponi di Uil. I sindacalisti sono preoccupati «perché – dicono – stiamo verificando comportamenti che ci fanno presumere che qualcuno stia pensando di reagire al collasso economico puntando su precarizzazione, lavoro grigio e indebolimento dei lavoratori stagionali».

alle spalle

«La provincia di Grosseto – sottolineano i tre sindacalisti – è arrivata a questo trimestre coi noti deficit accumulati negli anni (infrastrutture, perdita di migliaia di posti di lavoro in manifatturiero, commercio ed edilizia) ai quali si sono aggiunte le difficoltà odierne soprattutto nel settore turistico e nel suo indotto. Se già dal 2008 in poi è stata evidente la polarizzazione della ricchezza, col ceto medio in asfissia e una nicchia di privilegio che ha capitalizzato le rendite, oggi assistiamo a un ulteriore impoverimento di lavoro dipendente, pensionati e ampie fasce di lavoro autonomo. Non è un caso che a Grosseto la quota del lavoro de-contrattualizzato e precario sia decisamente superiore alla media regionale e nazionale».

la via d’uscita

«Il sindacato è convinto che l’unico argine a rabbia e risentimento sia uscire da questa brutta situazione tutti un po’ più uguali. Accorciando le distanze tra la minoranza dei privilegiati e la grande platea degli impoveriti. Perché se qualcuno pensa di farlo sacrificando salari e sicurezza dei lavoratori, è evidente che ci sarà battaglia. Purtroppo i segnali ci sono».

l’inghippo

«Nel lavoro stagionale, dove dilaga il lavoro grigio – sottolineano Renzetti, Milani e Capponi – solo una parte di retribuzione ufficiale e l’altra al nero. È una pratica indegna: è inaccettabile che chi lavora non abbia piena copertura contributiva e assicurativa. E perché se il lavoro c’è, si devono utilizzare i regolari contratti stagionali di settore, non ricorrendo impropriamente al lavoro a chiamata per aggirare le regole».

commercio e ristorazione

Lo stiamo riscontrando nel commercio e nella ristorazione, dove il contratto a chiamata è utilizzato per coprire il “nero”. Ce ne siamo accorti perché molti lavoratori ci hanno detto che gli è stato consigliato di fare domanda per il bonus di ultima istanza e non per la cassa integrazione, così avrebbero ottenuto di più. Ad una verifica, è venuto fuori il motivo: con solo una parte delle ore effettivamente lavorate caricate sul portale Inps, è chiaro che avrebbero avuto un’indennità di cassa integrazione irrisoria rispetto al bonus. Fenomeni di elusione/evasione contributiva e assicurativa che abbattono il costo del lavoro, ma anche le tutele per chi lavora. Fenomeni ai quali si aggiungono le pressioni dei datori di lavoro nei confronti dei dipendenti per passare a partita Iva. O il ricorso esorbitante al lavoro in affitto attraverso le agenzie di somministrazione, coi datori di lavoro che pensano così di liberarsi la coscienza».

in agricoltura

«D’altra parte – osservano i sindacalisti – quando il governo Gentiloni rese obbligatoria la comunicazione preventiva via sms per fruire dei voucher (Prest. O), essi furono sostituiti dal boom del lavoro a chiamata perché consente di posticipare la comunicazione e di eludere i controlli degli organi ispettivi. A parere del sindacato – sottolineano Renzetti, Milani e Capponi – è fin troppo evidente che in questo paese di flessibilità del lavoro ce n’è in eccesso. E che non è quella la strada da battere per uscire dalla crisi. La scelta fatta dal governo di regolarizzare i clandestini sfruttati al nero in agricoltura è invece un passo avanti. Ma nelle nostre campagne il vero problema è il lavoro grigio. Il 90% degli operai agricoli assunti regolarmente sono italiani. Ma se crei meccanismi che alimentano lo sfruttamento, come i voucher, incentivi il ricorso al lavoro nero e grigio, quindi all’elusione fiscale e contributiva. Dove c’è carenza di manodopera non c’è bisogno di voucher. E il reddito di cittadinanza è già uno strumento di inserimento». «Per il sindacato – concludono i tre segretari – il lavoro rimane fattore di libertà e emancipazione. Se qualcuno pensa che sia una merce a basso costo per uscire dalla crisi e innescare la ripresa economica, sappia che noi non cederemo. L’obiettivo deve essere incentivare il lavoro agricolo di qualità e coltivare una cultura della legalità per tutti. Chi non ha capito, si prepari a una grande mobilitazione con proteste durissime». –



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web