Gioco
TORNARE ALLA NORMALITÀ? ora serve un cambiamento
Come cittadino attivo, quando con prudenza cerchiamo di tornare alla vita sociale, vorrei esprimere alcune considerazioni sull’esperienza che stiamo vivendo per non dimenticare le riflessioni che ciascuno ha fatto nell’isolamento forzato, un’occasione unica per fermarsi e pensare.
Il virus con 28mila vittime ci ha ricordato i limiti e l’arroganza con cui la specie umana ha occupato il pianeta. Abbiamo pensato che lo sviluppo economico non avesse limiti: occorre riconoscere l’errore. Molti lo sapevano, ma i teorici dello sviluppo illimitato hanno egemonizzato la cultura e la politica. Vanno fermati.
La vita con l’inevitabile corredo di malattia, vecchiaia e morte ci appare ora nella sua tragicità. Saremmo ciechi a non imparare la lezione del Covid-19. Vivere è pericoloso, oggi più di sempre. Pensate solo alla fatica aggiuntiva di prepararsi con mascherina e guanti per uscire. L’unica risposta è la “social catena”, di cui dice l’ultimo canto di Leopardi, cioè la solidarietà, che nasce dalla presa d’atto del limite, della fragilità umana.
Fatta la tara degli sproloqui complottisti, scientificamente infondati, agitati ad arte da sovranisti interessati alla Trump, è successa una cosa semplice: dai pipistrelli del mercato degli animali vivi di Wuhan (una pratica pre-moderna) il virus si è propagato al pianeta grazie agli aerei supersonici e non è bastato il tempestivo blocco dei voli. Siamo così interconnessi che ciò che capita in un’area remota capita all’intero pianeta: è il paradosso della farfalla, un corto circuito che ha portato alla pandemia.
Lo stato sociale europeo, frutto della solidarietà sociale, delle lotte secolari dei lavoratori per il sistema sanitario pubblico e per la sicurezza del lavoro, è stato messo in ginocchio dalle politiche neoliberiste dei tagli. Con notevole sforzo di tutti il sistema ha risposto senza riuscire, però, ad evitare i morti, per i quali non “andrà tutto bene”. Anche gli operatori sanitari, morti sul campo in uno stillicidio quotidiano, chiamati retoricamente eroi, sono caduti sul lavoro. Dobbiamo dirci chiaro che era prevedibile, gli allarmi dell’Oms di possibili pandemie datano ad alcuni anni fa. Ma i decisori, i teorici neoliberisti, non hanno ascoltato e noi cittadini abbiamo la responsabilità di averlo permesso. Altre pandemie si profilano all’orizzonte, se superiamo le prossime ondate di questa.
Adesso si profila un’altra pandemia, quella della salute mentale: per prevenirla non è stato fatto molto, salvo l’impegno della rete dei servizi, che ha operato in silenzio, pur nella riduzione del personale, già ridotto di suo e successivamente tagliato. Gli psichiatri cinesi in tempo reale hanno previsto che i disturbi emotivi post-epidemia avrebbero riguardato il 52% della popolazione (Whang e coll., marzo 2020) a causa dello stress da isolamento e da contagio. I consumi di alcol durante il lockdown sono aumentati del 180% (Iss, 16 aprile 2020). Solo ora uno psichiatra è entrato nella task-force della fase 2, ma siamo in ritardo. Ciò attesta, nella patria della legge 180, quanto ancora giochi il pregiudizio verso i problemi psichiatrici e la separatezza della risposta.
Ci hanno detto che la pandemia è come la guerra e ci hanno preparato a piccole dosi ad accettare le vittime “civili” come se fossimo dei bambini a cui non si può dire tutta la verità. Quella della guerra è una cattiva metafora con tutte le sue conseguenze: ci sono stati i furbi dell’autocertificazione, gli imboscati, gli speculatori, il mercato nero delle mascherine. Occorre dire chiaro che la guerra è contraria alla democrazia: militarizzare è un modo per accentrare le decisioni in mano di pochi per quanto preparati. Si sono trovati anche i soldi per una manovra espansiva alla Keynes; quando si trattava di salvare il lavoro nella crisi del 2008, i soldi non c’erano e il rischio è che le enormi risorse economiche vadano sprecate se non si cambia la rotta dello sviluppo.
Chi ci ha guadagnato è la natura. L’inquinamento si è dimezzato (Esa, 16 aprile 2020), sono tornate chiare le acque del Po e dalla laguna di Venezia, c’è meno smog sulla Val Padana, sulla Cina e le aree industriali del mondo. Dobbiamo chiederci a quale normalità vogliamo tornare, anche perché sembra che la mortalità da Covid-19 è connessa alle polveri sottili.
Nella quarta rivoluzione industriale sembra impossibile far a meno delle macchine elettroniche, che sfruttano le capacità mentali e spesso le mettono a tacere, invadendo la nostra vita. Ci lamentiamo delle fake news e della violazione della privacy senza pensare che manca una “magna charta libertatum” dell’età ipermoderna, che ne regolamenti l’uso e ne limiti i danni. Il traffico on line è più che raddoppiato nel lockdown: la mobilitazione per la didattica a distanza e lo smartworking hanno fatto più di ogni processo di innovazione. Se non ci pensiamo, l’uso pervasivo delle tecnologie elettroniche uscirà dalla pandemia rafforzato e senza limiti.
Tutto porta alla necessità di un cambiamento dell’attuale tipo di sviluppo e del nostro stile di vita. È un’occasione da non perdere. Come è stato detto è impossibile tornare alla normalità se la normalità è il problema. —
*Già direttore
del Dipartimento
di Salute mentale
di Grosseto
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