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strozzata dai prezzi bassi l’agricoltura chiede aiuto

 strozzata dai prezzi bassi l’agricoltura chiede aiuto

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Scrivo per raccontare la storia della mia famiglia, o meglio dell’azienda agricola della mia famiglia, che credo sia comune a quella di molte altre piccole aziende in Italia. Non so esattamente quando questa storia sia iniziata; le poche notizie che ho riguardano la nonna del mio babbo che, a quanto pare, viveva nel nostro bel podere alla fine del 1800.

Già, il nostro podere... Uno di quei casolari in pietra di cui è punteggiata la Toscana che tanto hanno contribuito a rendere famosa la nostra campagna in tutto il mondo. Ce ne sono tanti di questi poderi nel mio paese, Montenero, un minuscolo villaggio nella Val d’Orcia grossetana, quella meno conosciuta e blasonata ma non per questo meno bella. Un paese che sta conoscendo una nuova giovinezza grazie soprattutto alla scelta di molti ragazzi di vivere e lavorare nelle aziende agricole di famiglia. Ragazzi come mia sorella Giada, una giovane donna che, dopo l’improvvisa morte del nostro babbo, si è trovata a gestire da sola tutta l’attività aziendale e chi di noi conosce la vita di campagna sa che questa è ben lontana dall’immaginario collettivo del contadino che lavora, stanco ma felice, nei campi, cantando all’aria aperta.

Sì, perché i contadini, rectius imprenditori agricoli, felici non lo sono più da un pezzo: la vita in campagna è sempre stata dura, ma negli ultimi anni è diventata quasi insostenibile. Quando nei campi ci lavoravano i miei nonni, la sera nonostante la stanchezza si andava (magari a piedi) a veglia dai vicini; ora dopo dieci ore nei campi si accende il computer per aggiornare registri e banche dati che, se poco aggiungono alla qualità dei prodotti coltivati o degli animali allevati in azienda, di certo peggiorano la qualità della vita di campagna.

E questo non sarebbe di per sé un problema: nessuno meglio di me, che invece dalla campagna sono andata via, conosce l’importanza di avere regole certe che servano (o meglio dovrebbero servire) a garantire la correttezza dei processi produttivi. Il problema vero delle nostre piccole aziende è che il prezzo dei prodotti agricoli diminuisce di anno in anno ed è ormai di gran lunga inferiore a quello che veniva corrisposto ai nostri nonni. Un paio di esempi su tutti: il prezzo del latte ovino nel 1989 era circa 1600 lire, quest’anno il prezzo proposto è di 0,70 euro iva inclusa (15 centesimi in meno dello scorso anno), il prezzo della carne di agnello negli anni ‘80-‘90 era in media di 10mila lire al chilo mentre negli ultimi anni non ha mai superato i 3 euro al chilo, durante il periodo pasquale. Questo può apparire sorprendente se confrontato con il prezzo dei prodotti trasformati, che invece continua a crescere.

Le battaglie a tutela del Made in Italy e dell’etichettatura, giuste e nobili, rischiano di essere inutili se non si affiancheranno ad un più attento monitoraggio dei prezzi corrisposti ai piccoli agricoltori. Ci sono già delle misure, ad esempio l’art. 62 Dl 1/2012, ma al di là delle ottime intenzioni sono solo un’arma spuntata: che cosa dovrebbe fare mia sorella, combattere una battaglia giudiziaria ogni anno nei confronti di chi le ritira i prodotti per avere un prezzo più equo? Il risultato sarebbe solo che l’anno successivo i prodotti rimarrebbero invenduti nella nostra azienda.

Non è neppure giusto che l’agricoltura abbia come sola speranza i sostegni economici provenienti dall’Unione Europea, quella additata come l’origine di tutti i mali senza la quale tuttavia gran parte delle aziende chiuderebbero. Non è giusto perché il lavoro dei contadini e la qualità delle coltivazioni e degli allevamenti dovrebbe avere un valore di mercato intrinseco e non vivere quasi solo di (seppur fondamentali) sussidi; contrariamente al sentimento comune, infatti, fare il contadino non è così facile e sicuramente non è una cosa che possono fare tutti. Quando facevo l’università, qualche buontempone mi ripeteva spesso che se non avessi trovato lavoro sarei sempre potuta rimanere a casa e zappare la terra: meno male che il lavoro l’ho trovato e che l’azienda la gestisce mia sorella – che, per inciso, ha una laurea nel cassetto come molti contadini di nuova generazione – perché con la mia inesistente conoscenza delle pratiche agricole avrei trasformato il podere in un groviglio di rovi!

Non so quale sia la soluzione a questa crisi: l’agricoltura torna spesso alla ribalta, anche in momenti di profonda difficoltà come quello che stiamo vivendo, solo come ultima spiaggia mentre invece dovrebbe rappresentare la nostra risorsa più preziosa, tanto più in un paese, come il nostro, noto per le proprie eccellenze gastronomiche, prodotte in gran parte da aziende familiari, e per la bellezza dei nostri paesaggi.

In un video che ho visto qualche tempo fa, Oscar Farinetti ha definito poeticamente i contadini come i figli del vento. Purtroppo invece sono ormai soltanto una stirpe condannata a cent’anni di solitudine. —



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