Gioco
Gigliesi in fila per il test «La nostra resistenza, miglior biglietto da visita»
In tanti hanno risposto all’invito della professoressa Paola Muti Le quattro persone arrivate da fuori dopo aver contratto il virus non lo hanno diffuso
isola del giglio
Fuori dalla scuola media di Giglio Porto la coda è ordinata e ogni persona è a misura di sicurezza dall’altra. «Facciamo il test e speriamo bene», dice un albergatore dell’isola.
La speranza è che lo screening di massa sui residenti, proposto dall’Università di Milano in accordo con Regione e Comune per verificare la resistenza collettiva al coronavirus in una comunità isolata, possa essere anche l’occasione per inviare un messaggio al continente.
«Qua siamo tutti votati al turismo ed è bene saperle prima certe cose», continua l’albergatore, facendo intendere che una comprovata immunità dell’isola possa diventare il miglior spot promozionale quando la situazione tornerà alla normalità.
Motivo che ha spinto già centinaia di gigliesi a sottoporsi al test sierologico in questi primi due giorni di screening, portato avanti in tutti e tre i centri abitati dell’isola.
Mercoledì, nel primo giorno, sono stati 285 i test effettuati.
Anche ieri, spiegano dal Giglio, l’affluenza è stata buona. «Credo che alla fine saranno tra le cinquecento e le settecento le persone che si sottoporranno al test – tenta una stima il sindaco Sergio Ortelli – Un buon campione, pensando che oggi non siamo in molti sull’isola».
L’invito del sindaco, da subito, è stato quello di superare l’incertezza e di sottoporsi al test ai fini dello studio. «È un modello sperimentale interessante», dice Armando Schiaffino, medico di base del Giglio, riferendosi al fatto che i quattro casi positivi registrati sull’isola, arrivati da fuori, non siano riusciti a diffondere il contagio sebbene abbiano avuto contatti diretti. «Se ai primi di giugno arriva un bambino con la varicella tempo un quarto d’ora la prende tutta l’isola – continua il dottore – Il contagio da coronavirus invece non si è diffuso, sebbene sia arrivato. E ci si domanda il perché».
È proprio a questa domanda che vuole rispondere lo studio, proposto e condotto dalla docente dell’università di Milano Paola Cornelia Maria Muti (che è consigliere di minoranza in Comune al Giglio), sebbene in fondo desti qualche preoccupazione. Alla speranza che lo screening possa diventare il miglior spot turistico possibile, infatti, si contrappone il rischio di individuare asintomatici positivi. «No, non ci aspettiamo molti positivi – dice il parroco di Giglio Porto, don Lorenzo Pasquotti – Ho avuto sentore che qualcuno voleva puntare i piedi a questo studio, ma alla fine credo sia prevalso il buon senso. Tutto ciò che è per il bene della comunità, va accettato ben volentieri». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
