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Una lapide nel bosco: dal Trentino a Manciano si ricuciono cento anni e il sacrificio di un eroe

La lapide di Rodolfo Butelli ritrovata in Trentino. In alto René Querin e sotto il sergente Rodolfo Butelli, caduto al fronte nella Prima guerra mondiale

Rodolfo Butelli morì nella Prima guerra mondiale. Un parente maremmano ne ha sempre coltivato il ricordo. Ora la sorpresa


21 aprile 2020 Fiora Bonelli


GROSSETO. Cercatori di stelle, di conchiglie, di tesori. Cercatori d’oro, di diamanti e d’infinito. Cercatori di ossa e ricercatori di storie. E fra questi esploratori di umanità ci sono anche i cercatori di epigrafi. Una rarità, ancora più rari se l’ambito delle epigrafi ricercate è quello delle lapidi lasciate sul fronte trentino durante la prima guerra mondiale. E non è un piccolo, ma uno sterminato campo di indagine.

È così che sul sentiero che dalla cima del monte Zugna porta a Passo Buole, in una scheggia di Trentino conosciuta come “le Termopili d’’Italia”, il cercatore René Querin – dell’associazione storico culturale Memores, che manutiene alcuni cimiteri di guerra in zona e tene viva la storia della Vallagarina – ha ritrovato la lapide di Rodolfo Butelli, un sergente ventenne di Manciano colpito a morte dal nemico il 20 settembre 1918.

Una lapide che sarebbe rimasta sconosciuta ai parenti del giovane eroe della prima guerra mondiale, se un articolo pubblicato sul Tirreno nel settembre di due anni fa non avesse portato alla luce la storia del sergente morto ad Avio il 21 settembre 1918 e nato a Manciano il 6 febbraio 1896.

Un parente di Rodolfo, che abita a Grosseto e oggi ha ottant’anni, aveva voluto ricordare dopo un secolo quel soldato di cui condivide il nome, Rodolfo, appunto, per «rendere omaggio al suo ardimento e al sangue purissimo di italiano immolato per la patria».

L’iniziativa si era conclusa con una toccante commemorazione dell’eroe della prima guerra mondiale al cimitero di Manciano, davanti alla tomba di famiglia dove oggi riposano le spoglie del soldato, traslate circa quattro anni dopo la sua morte nel paese di origine dai genitori Evaristo e Maria.

La storia del nome lasciato in eredità e di un affetto non scalfito dal tempo è stata intercettata dunque su internet dal cercatore di epigrafi René Querin, di Rovereto, che da alcuni anni, con un gruppo di amici esplora le montagne del Trentino «per ricordare il sacrificio di quei giovani – spiega al Tirreno – che sono morti per la patria. Ne seguiamo le tracce, ne ricostruiamo la morte e gli ultimi passi, ne portiamo alla luce le lapidi e le epigrafi. E così, quando ho letto l’articolo del Tirreno, ho compreso subito che la lapide di quel Rodolfo di Manciano io l’avevo fotografata. Era proprio lui quello che aveva perso la vita a causa di una scheggia di granata combattendo vicino alla sua caverna dove probabilmente si riparava dai colpi di mortaio e dove teneva l’artiglieria. La lapide che ho intercettato è stata collocata proprio nella postazione dove Rodolfo Butelli fu ferito a morte e fu sicuramente posizionata lì dagli amici del giovane sergente che poi, ferito il 20 settembre, morì il giorno seguente nell’ospedale da campo 084 per le ferite riportate».

Una lapide commovente quella dedicata a Rodolfo Butelli, immersa fra erba, fiori e roccia, segno di un sodalizio struggente e totale come sono quelli fra commilitoni nella vita militare. Nella pietra bianca si legge: «In memoria del caro compagno sergente Rodolfo Butelli ferito a morte da schegge di granata nemica il 20 settembre 1918». Adagiata sotto uno sperone di roccia che la ripara, la pietra candida sembra infatti l’omaggio inciso a mano, di un compagno che aveva dimestichezza con la decorazione lapidaria e il gusto liberty tipico dell’epoca.

«Tutti gli anziani del luogo conoscono questa lapide così toccante _ dice Querin _ e anche per noi cercatori di epigrafi è diventata una pietra del cuore. Il sentiero si chiama Le Termopili d’Italia – spiega Querin – perché due anni prima, nel giugno del 1916, un manipolo di soldati italiani fermò con grande sacrificio di sangue la spedizione punitiva degli austriaci che non riuscirono a sfondare e rimasero cristallizzati lì fino a novembre. Ecco, la tomba di Rodolfo si trova lungo quel sentiero».

La notizia del ritrovamento ha commosso Rodolfo Butelli, subito informato dal Tirreno: «Mi trovo murato nella mia casa di Grosseto e se non fossi chiuso qui dentro per le disposizioni dovute al Covid 19 – confessa l’ottantenne – partirei subito per andare a visitare quella tomba. Anzi, sarei già in automobile. Ma devo aspettare. E se sopravviverò al virus il mio primo viaggio sarà a Rovereto. Conoscevo del giovane sergente Rodolfo, mio omonimo, solo la tomba di Manciano, ma l’idea che esista una lapide a lui dedicata dagli amici, adagiata fra i prati del Trentino mi ha fatto emozionare. Voglio vederla prima di morire. Un segno lasciato in una terra lontana da casa, che ancora ricorda il figlio coraggioso arrivato fin lì per difendere la propria patria. Un filo rosso fra il Trentino e Manciano che vale a maggior ragione oggi, come monito contro ogni guerra e a ricordo del sacrificio di una intera generazione di giovanissimi eroi». —

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