La protesta
L’obitorio, il carcere, i medici E le preoccupazioni dei miei cari
Ricordi, emozioni, impressioni indelebili e il tempo della commozione Dalla Lombardia a Modena, diario di un giornalista sul campo
il racconto
lorenzo santorelli
L’inconsapevolezza era simboleggiata dalla valigia. Un piccolo trolley, di quelli che le compagnie aeree considerano bagaglio a mano.
«Vai a dare un’occhiata a Codogno. Ora, non domani. Muovi il culo» strepitò il mio caporedattore della Cronaca del Tg2. Le agenzie avevano battuto la notizia del paziente uno affetto da Coronavirus. Era il 21 febbraio. Cinquantadue giorni nei quali ho visto più anime morte di quante ne avessi incontrate in trentaquattro anni. L’obitorio ricolmo di bare del Papa Giovanni XXIII; i cadaveri coperti da teli pietosi e nascosti nei sottoscala dell’ospedale di Treviglio; le pompe funebri che escono dalle case di riposo della Val Seriana; i feretri portati via dal cimitero monumentale di Bergamo al collasso, e trasferiti dai mezzi militari per cremare i corpi in altre città. La grande consolatrice ha accompagnato e scandito le mie giornate. Eppure i ricordi che si sono acquattati nella mia memoria rimandano alla vitalità, sebbene dolente e convulsa. Come la prima volta che ho incrociato gli occhi dei malati velati dai caschi Cpap. Campane trasparenti collegate a tubi che insufflano ossigeno e vita in visi contratti dagli spasmi. Una distesa simmetrica e ondulatoria, la terapia intensiva che sembra la proiezione di un futuro da realtà distopica.
Una distopia che, riportata al presente, trova un palcoscenico nelle carceri. Ed è davanti ad un istituto di pena – potenza delle parole – che per la prima, e al momento unica volta, ho pianto. Mi ero spostato a Modena, dove ai primi di marzo è avvenuta la più sanguinosa di tutte le rivolte scoppiate nelle carceri italiane. Sommosse scaturite dal divieto dei colloqui con i parenti, dal timore di un contagio propagato dal sovraffollamento, dalla disperazione e forse da un’orchestrazione della malavita. Uno, due, sei, nove detenuti morti. Secondo l’amministrazione penitenziaria del Sant’Anna tutti per overdose da metadone e farmaci rubati durante la protesta. Uno stillicidio dilazionato in più giorni, man mano che venivano ritrovati i cadaveri nei padiglioni sgombrati, o quando qualcuno non reggeva alle cure. Nell’incendio sono bruciati anche i fascicoli dei detenuti, rendendone complicata persino l’identificazione. Ogni mattina mogli, figli, genitori, facevano capannello attorno agli agenti di polizia penitenziaria che varcavano l’uscita per raccogliere le generalità dei loro congiunti. Poi rientravano nel carcere e le incrociavano con quelli delle vittime. Una spola che poteva durare minuti o ore, durante i quali mogli, figli, genitori, attendevano di sapere se i loro cari fossero vivi o morti. Quello strazio mi ha fatto uscire lacrime di compassione.
Fortunatamente porterò con me anche tanti sorrisi: delle forze dell’ordine con le quali ho scambiato battute e caffè; degli alpini e degli ultras dell’Atalanta mentre montano insieme, gratuitamente, un ospedale da campo; dei volontari che portano pasti e medicine a casa degli anziani; della brigata cubana in missione umanitaria all’ospedale di Crema. E poi quelli della mia troupe, Andrea, Fabio e Alessandro, senza i quali le storie non camminerebbero su immagini e suoni.
Non ho citato i medici e gli infermieri conosciuti perché, scrivendo di uno solo, e non di tutti, farei loro un torto grande quasi quanto se li chiamassi eroi. A loro la mia ammirazione e la mia gratitudine. Da loro un insegnamento: chi sta nella cosiddetta prima linea, per senso del dovere o per donarsi agli altri, respinge l’epica dell’eroe. Senza infingimenti né falsa modestia: tra amici e colleghi qualcuno l’ha detto anche a me. Nemmeno io, nel mio piccolo, mi sono mai sentito un eroe. Semplicemente perché è un privilegio amare il proprio lavoro, sognato fin da bambino. Ed è un orgoglio farlo per la Rai e per il Servizio pubblico.
Una sorta di vocazione che però da quasi due mesi mi tiene lontano dagli affetti, dalla mia compagna e dai miei genitori. Quando al telefono mi trasmettono le loro preoccupazioni, provo un misto di tenerezza e senso di colpa. Hai messo la mascherina? Perché avevi la faccia sbattuta? Stai mangiando? Con gli alberghi chiusi dove dormi? E soprattutto, quando torni? Mi macera dentro pensare che ripago le persone alle quali tengo di più al mondo con un carico aggiuntivo di ansie, solo in parte mitigate dalle gratificazioni. Può sembrare irrazionale, ma mi viene da chiedere loro scusa per le ore di sonno tolte e per questa Pasqua a distanza. Spero di abbracciarli presto. Con la convinzione che, se potessi riavvolgere il nastro del tempo, rifarei quella valigia e partirei di nuovo per dare un’occhiata. —
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