Gioco
L’ultimo saluto senza la famiglia «Come in guerra, senti le fucilate»
Daniele Rocchi guida un’impresa funebre da quarant’anni In prima linea con il cuore a pezzi per i colleghi di Bergamo
grosseto
In una giornata, il suo telefono è squillato due volte. All’altro capo due famiglie che avevano perso un proprio caro all’ospedale di Grosseto. Ucciso dal coronavirus. «Di fronte a figli che hanno visto portare via i loro genitori in ospedale e che non potranno vederli più nemmeno da morti, le parole si asciugano in gola: non le trovo, quelle giuste da pronunciare». E sì che Daniele Rocchi, che dal lontano ’75 lavora nel settore delle pompe funebri, prima come apprendista al cimitero di Santa Fiora, poi a Grosseto dove guida la Centro servizi funebri, di funerali ne ha organizzati tantissimi. «Ma un dolore come quello che io e i miei colleghi viviamo in questi giorni - dice - non lo avremmo mai immaginato fino a quando ci siamo trovati di fronte a questa pandemia». Il coronavirus non soltanto uccide le persone. «È come se le facesse salire sul traghetto di Caronte - spiega - e le facesse sparire nel nulla. I parenti e gli amici di persone che sono state contagiate da Covid-19 e che vengono portate in ospedale non sanno se potranno più rivedere i loro cari. Nel caso dei decessi, avviene proprio così. Non possiamo nemmeno vestire le salme, è uno strazio».
Rocchi lavora in questo settore da quando aveva 15 anni. Prima dell’emergenza, venivano fatti i funerali, i parenti potevano vegliare il proprio caro, accompagnandolo così nell’ultimo viaggio. Ora tutto questo è annullato, sparito. «Siamo noi che chiediamo al parroco dell’ospedale di dare una benedizione alla salma, prima di portarla via - dice ancora - Tanti parenti stanno scegliendo la cremazione e non posso dare loro torto: in quel modo possono avere almeno il conforto di tenere a casa le ceneri nell’urna».
È un mondo silenzioso, quello degli impresari delle pompe funebri: in Maremma le aziende sono tante e tutti loro, di fronte al coronavirus, hanno dovuto imparare un altro modo di accompagnare i defunti nell’ultimo viaggio. Le bare hanno una doppia imbottitura isolante, la salma non viene vestita ma solo avvolta in un lenzuolo. Per chi sceglie di essere sepolto al cimitero, poi, serve anche una vasca di zinco nel feretro. Metodi a parte, quello che uccide come se fosse una guerra, sono le parole dei familiari dei defunti. «È come se mi arrivasse una fucilata - spiega Daniele Rocchi - quelle lacrime uccidono. Le famiglie si affidano a noi che non troviamo parole per consolarle, considerato anche che quasi tutti coloro che sono stati insieme ai loro cari prima del ricovero, sono in quarantena. È uno strazio non avere un familiare accanto ed è uno strazio anche per noi che ci mettiamo il cuore in questo lavoro». Il pensiero va ai defunti, va ai loro familiari e va anche ai colleghi di Rocchi che a Bergamo e nelle altre città del nord Italia dove il virus ha ucciso migliaia di persone, sono in prima linea a combattere una battaglia che non li vedrà mai vincitori. Daniele Rocchi, nel suo furgone, ha un foglio stampato in A4, con una frase di solidarietà per i colleghi bergamaschi. Dietro invece ha i sacchi a tenuta stagna, quelli che sono stati utilizzati anche per la rimozione delle salme del naufragio della Concordia. «È una brutta situazione - dice ancora - Tanti di noi, a Bergamo, si sono ammalati. Non siamo immuni e abbiamo paura, ma restiamo tutti al nostro posto insieme ai funzionari dello stato civile del Comune che stanno lavorando come matti. L’unica cosa che chiediamo agli altri, è di restare a casa: sentire figli che piangono al telefono senza poter dire addio ai propri genitori è uno strazio che non riesco ad esprimere». —
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