Il Tirreno

Grosseto

la testimonianza

C'è chi teme di essere contagiato dai sanitari: «Ma noi non siamo degli untori»

Francesca Ferri
Il presidente dell'Ordine degli Infermieri di Grosseto Nicola Draoli
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Il presidente dell'Ordine degli Infermieri di Grosseto Nicola Draoli

Grosseto. Il presidente dell'Ordine degli infermieri Nicola Draoli: «Riceviamo tante attestazioni di stima ma non manca anche qualche episodio spiacevole». Le diffidenze e i sospetti intorno a una categoria in prima linea.

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GROSSETO. Uno sguardo di traverso gettato con occhio sospettoso. Una manciata di parole pronunciate da una bocca che si credeva amica e che arrivano invece come un pugno nello stomaco. «A fare la spesa potresti anche venirci quando c’è meno gente; sarebbe più sicuro». Gli infermieri sono in prima linea, con i medici e gli operatori sanitari, senza risparmiarsi, cercando di reggere alla fatica, alla tensione psicologica, esponendosi in prima persona al rischio di contrarre un virus che può essere letale e che ha già ucciso molti sanitari in Italia. Sono gli eroi in trincea. Eppure…

Eppure non vengono risparmiati loro diffidenza, sospetti, ombre. Lo denuncia Nicola Draoli, presidente dell’Ordine degli infermieri della provincia di Grosseto.

È lui a riportare le parole cariche di paura e crudeltà che un’infermiera grossetana si è sentita dire da un conoscente incrociato in un supermercato cittadino. E che, tradotte, significano una cosa sola: «Rischi di infettarci, tieniti alla larga»

«Purtroppo registriamo anche questo atteggiamento da parte delle persone – dice Draoli –. Abbiamo molte attestazioni di stima, tante belle storie di cittadini che ci manifestano la loro vicinanza, persone che scrivono all’Ordine degli infermieri per chiedere come possono aiutarci. Ma ci sono anche episodi spiacevoli».

Nei giorni scorsi nel Pisano ha lasciato sgomenti il cartello, scritto dai condomini, rivolto a una dottoressa di 40 che lavora in un reparto Covid dell’ospedale di Cisanello. «Usi le massime precauzioni quando usa gli spazi comuni». Da medico che rischia per aiutare gli altri a untrice. Colpa di un “virus” insidioso, il pregiudizio, che può avere conseguenze devastanti, non solo verso gli infermieri. «Non mi preoccupa lo stigma – dice Draoli – lo metto in conto, perché è comprensibile che la gente abbia paura. Ed è fisiologico, anche se preoccupante, che ci sia una percentuale di personale sanitario contagiato. Mi preoccupo di più per la popolazione. Abbiamo segnalazioni di persone che necessitano di cure domiciliari, estranee al coronavirus, e che le rifiutano perché temono di essere infettate. Persone che stanno male e non vanno in pronto soccorso per lo stesso motivo. Ecco, temo che la gente non si faccia curare».

Quanto agli infermieri, oltre al rischio, alla preoccupazione e alla fatica fisica, c’è una fatica che Draoli definisce «fatica emotiva» che sta fiaccando le forze. «I colleghi sono volenterosi, in gamba – dice Draoli – ma è come se tutti i nostri obiettivi di cura si fossero cristallizzati. Il coronavirus sta monopolizzando le nostre aree di cura. E questo è faticoso». Un esempio? «I colleghi che prima lavoravano alla rsa Pizzetti e il cui lavoro era anche tendere una mano, fare una carezza, adesso si ritrovano a lavorare in un reparto di malattie infettive, con tuta e mascherina. Tutti lo affrontano con spirito incrollabile ma è faticoso, anche a livello emotivo». —


 

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