Il Tirreno

Grosseto

Il tampone? Non è fastidioso Mi preoccupa più quel che verrà

francesca ferri

La testimonianza di una 45enne che si è dovuta sottoporre all’analisi tra paure, speranza e una quotidianità completamente sconvolta 

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il racconto

francesca ferri

Una specie di cotton fioc ma più lungo. «Te lo passano prima nella gola e poi in entrambe le narici. No, non è fastidioso. Insomma, non è quello il problema».

Maria (il nome è di fantasia), ha 45 anni, un marito e due figli ed è una delle trentatré persone che lunedì mattina sono state sottoposte al tampone per il Covid-19 a Monterotondo Marittimo.

I test non sono stati effettuati con la modalità Drive thru – con la persona seduta nella sua auto e l’infermiere che fa il prelievo attraverso il finestrino – come comunicato nei giorni scorsi dall’Asl. «Sì, la macchina l’abbiamo presa – dice Maria – ma per andare al palazzetto dello sport. Poi lì siamo scesi, siamo entrati nel palazzetto uno a uno e ci hanno fatto i test. Ma è un posto talmente vasto che le distanze sono più che rispettate».

La telefonata è arrivata dal Comune la mattina di sabato 21 marzo. A Monterotondo Marittimo, 1300 abitanti sulle Coline Metallifere, del resto, ci si conosce praticamente tutti e per contattare i cittadini all’amministrazione basta alzare la cornetta. «Buongiorno, risulta che lei abbia avuto contatti con una persona positiva al coronavirus. Dovrà stare in sorveglianza domiciliare fino al 4 aprile e sottoporsi al test», si è sentita dire Maria.

«Il contatto è avvenuto sul luogo di lavoro», spiega Maria che ha un impiego nel settore dell’alimentazione e che, dunque, rientrando nei servizi indispensabili, ha continuato a lavorare anche durante l’emergenza. «La mamma della mia titolare è risultata positiva, così ci hanno controllati tutti».

Parla con voce ferma, non sembra preoccupata. E questo stupisce, in un momento in cui le notizie si sono trasformate in bollettini di guerra, il Paese è blindato, le morti non si contano. Tutto a causa di un virus che Maria rischia di aver contratto.

«Non ho sintomi, il tampone che mi è stato fatto è risultato negativo. Ne dovrò fare un altro, ma comunque da dieci giorni lavoravamo con guanti e mascherina – spiega – quindi sono abbastanza tranquilla. Però, è ovvio, il pensiero c’è».

Ma cosa succede quando si riceve l’avviso di essere “sotto osservazione”? E con che stato d’animo si affronta questo passo?

«La sera stessa della telefonata, il Comune ci ha convocati tutti in videoconferenza conl’App Go Meeting – spiega Maria – e ci hanno spiegato come sarebbe stata la sorveglianza attiva. Anche nelle cose pratiche».

Ad esempio fare la spesa e buttare la spazzatura. «Ci hanno detto che ci avrebbero cambiato l a raccolta rifiuti e che Sei Toscana ci avrebbe contattati per spiegarci tutto – dice Maria – e così è stato. Noi qui abbiamo il porta a porta. E invece adesso non facciamo più la raccolta differenziata perché i nostri rifiuti li bruciano tutti. Ci portano due volte a settimana due bidoni con tre sacchetti. La spazzatura la buttiamo nei sacchetti e la sigilliamo con lo scotch. Poi Sei ci telefona per dirci che gli addetti vengono a ritirare la spazzatura e lasciarci il nuovo kit, noi mettiamo fuori il sacco sigillato, loro ci richiamano per confermarci che l’hanno portato via e noi, dopo, prendiamo il kit nuovo. Senza alcun contatto».

Anche la spesa è domiciliare. «La spesa ce la consegna la protezione civile – spiega Maria –. Anche in questo caso telefoniamo, diamo la lista di quel che ci serve e loro ce la portano, ogni giorno».

Lunedì questa routine è stata interrotta per fare il test. «Siamo andati in macchina al palazzetto dello sport – racconta Maria –. Gli infermieri erano tre, tutti completamente coperti con le tute. Ci hanno fatti entrare uno alla volta; l’area è immensa, è facile mantenere le distanze. Ad ogni test cambiavano guanti e disinfettavano tutto. È durato poco. Chiedono nome e cognome e data di nascita; hanno già le etichette prestampate. Poi passano il tampone sulla gola e nel naso. Ed è finita».

Preoccupata? «Be’, più per la situazione generale – dice Maria –. Io per me io stavo bene quindi ero fiduciosa».

Il risultato del test è arrivato anch’esso con una telefonata. «Mi ha chiamata il mio medico di base – dice Maria – per comunicarmi che era negativo. E mercoledì sera anche l’Asl mi ha chiamata».

Maria resta comunque a casa in sorveglianza domiciliare fino al 4 aprile: si misura la febbre due volte al giorno e, se dovesse avere febbre, raffreddore, tosse, congiuntivite, difficoltà a respirare, deve comunicarlo a un numero che le è stato dato. «Sto tuttora bene – dice – ma avendo avuto contatti con due positivi sono in osservazione. E credo che mi rifaranno il test».

A casa sono lei, il marito e due figli, un maschio e una femmina. E anche suo figlio è in osservazione, per aver avuto contatti con un altro positivo. Nessun provvedimento, invece, per babbo e figlia, che devono comunque rispettare le distanze. Sempre che, nella condivisione dello spazio casalingo, le distanze interpersonali possano essere rispettate.

«A loro non è stato fatto nessun tampone – dice Maria – e in effetti è un po’ strano. Ma comunque devo dire che c’è molta organizzazione. Mi preoccupa semmai quel che sarà quando l’emergenza sarà finita». —



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