Il Tirreno

Grosseto

24 giorni “appeso” a un ventilatore tra flebili speranze e freddi bollettini

Andrea Rocchi
24 giorni “appeso” a un ventilatore tra flebili speranze e freddi bollettini

Stefano Cavero, gigliese doc, è morto a Livorno, dove viveva Faticava a respirare, era entrato da solo al pronto soccorso.

4 MINUTI DI LETTURA





isola del giglio

Abbiamo tifato per lui. Aggrappati a freddi bollettini ed al gelido lessico sanitario.

Abbiamo anche sperato quando, dieci giorni fa, il rapporto medico indicava un flebile miglioramento.

Per ripiombare nel silenzio quando, centellinate come sorsi d’acqua nel deserto, arrivavano dall’ospedale informazioni di un quadro clinico immutato. «Stazionario», era l’angosciante mantra dei sanitari, mentre le ore e i giorni passavano inesorabili da quel disgraziato 2 marzo.

In quel lettino della Rianimazione “rossa”, quella allestita appositamente per i pazienti Covid, tra monitor e ventilatore, c’era anche un pezzo del cuore dell’isola del Giglio. Che ha abbracciato idealmente Stefano. Che ha tifato e sperato per lui, con la moglie, la figlia, i parenti, gli amici. Quel mondo degli affetti che ruotava attorno a questo uomo forte, robusto e dal sorriso tenero (come lo ritraggono gli scatti sul suo profilo Facebook), gigliese d’origine ma trapiantato a Livorno da bambino. Lui che era diventato, suo malgrado, il simbolo della lotta livornese al coronavirus. Lui, nascosto e protetto in quasi 4 settimane di terapia intensiva, dietro quell’appellativo codificato dalla spietata contabilità del Covid-19: paziente numero uno.

Stefano Cavero è stato il primo ad essere contagiato nella città labronica.

Quando e come sia venuto a contatto col virus, però, è tutto da verificare. Quel che è certa, invece, è la storia di quei giorni – prima del ricovero – in cui Stefano comincia ad accusare i primi malori. Ha la febbre e fa un po’ di fatica a respirare. Ma è un uomo forte e non si perde d’animo. Il medico di famiglia, il dottor Cosci – secondo quanto ricostruito il 4 marzo in una conferenza stampa dai vertici dell’ospedale – gli somministra una terapia cortisonica. La cura, però, non sembra sortire effetto. Così il medico, preoccupato, chiede un approfondimento clinico e si mette in contatto col primario del pronto soccorso.

Qui, alla porta carraia di via Gramsci, Stefano arriverà la mattina di lunedì 2 marzo. Due settimane prima era stato all’isola del Giglio.

Siamo già in emergenza coronavirus ma – secondo quanto riferiranno sempre quel 4 marzo i medici – l’uomo dice di non essersi mai allontanato da Livorno. E così al triage viene gestito come un paziente “normale”.

Al pronto soccorso gli viene diagnosticata un’importante sindrome respiratoria e viene ordinata una radiografia toracica ed una tac. Gli viene messa una mascherina ventilatoria per la respirazione e, sopra, una mascherina chirurgica. Ma col passare delle ore le sue condizioni peggiorano tanto che nel tardo pomeriggio viene intubato in Terapia Intensiva. Il giorno dopo, da Pisa, arriverà il responso del tampone fatto il martedì mattina e risulterà positivo.

I medici dell’ospedale dicono di aver appreso di un suo viaggio a Bologna, il 15 febbraio, solo in un secondo momento dal colloquio con i familiari. Stefano, infatti, è un appassionato giocatore di boccette – il gioco da biliardo dove non si usa la stecca ma soltanto le mani – ed ha vinto anche il tricolore della Lega Uisp. Quel giorno sarebbe andato a Bologna per partecipare ad un torneo. Ma Bologna, il 15 febbraio, non è ancora “zona rossa”, lo diventerà pochi giorni dopo insieme ad altre città della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna. Fatto sta che proprio durante questo viaggio – secondo l’Asl Nord Ovest – Stefano potrebbe essere venuto a contatto con una fonte di contagio.

Eppure dal momento in cui arriva in ospedale, medici, infermieri, tecnici di radiologia fanno tutto quanto è necessario per assicurargli cure e terapie immediate. Viene sedato e intubato. Spiegano che è grave, ma in condizioni stazionarie. “Stazionario” sarà una parola ricorrente, che angoscia ma lascia aperta la porta della speranza.

Così la sua storia di paziente numero uno, pian piano che passano i giorni, diventa l’emblema della lotta al virus. Una battaglia disputata su un campo difficilissimo – come quello dei lettini di Rianimazione – ma piena di possibilità. Sperano soprattutto la moglie e la figlia che da quel 2 marzo lo hanno salutato per quello che doveva essere un semplice accertamento diagnostico e non l’hanno più visto. Sperano parenti, amici, conoscenti. E chi ogni giorno ne monitora i suoi standard vitali.

Ieri era il 24esimo giorno attaccato al respiratore. Ieri il suo organismo si è arreso. Stefano Cavero aveva 55 anni. –

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa