Sicurezza
Carne di agnello, il consorzio chiede aiuto
grosseto
Criticità della filiera della carne di agnello per il coronavirus.
Il Consorzio di tutela Agnello del centro Italia Igp scrive alla ministra Teresa Bellanova, lamentando di non riuscire a collocare il 70 – 80% di prodotto disponibile; i responsabili del consorzio chiedono alla ministra di «sensibilizzare i responsabili della distribuzione affinché mettano sui loro banchi la carne di agnello italiano Igp, di supportare l’orientamento dei consumatori con specifica campagna promozionale a “mangiare italiano” e cogliere l’occasione per tutelare l’ambiente e il paesaggioinsieme ai nostri pastori, prevedere un premio alla macellazione per carni di agnello a compensazione delle perdite di reddito e di prevedere, infine, un aiuto, per il ritiro delle carni dal mercato e relativo stoccaggio».
Una serie di richieste dovuto al fatto che soprattutto in un periodo come questo, si fa più aggressiva la «concorrenza sleale» che mette all’angolo per i prezzi assai più bassi, il prodotto italiano a indicazione geografica protetta: agnello di Sardegna, abbacchio romano e agnello del centro Italia. A questo si aggiunge il fatto che la gestione degli allevamenti e la programmazione della produzione è tutta indirizzata a soddisfare le richieste dei periodi di Natale e di Pasqua, mentre in un periodo così burrascoso, gli allevatori non riescono a collocare il 70-80 per cento del prodotto disponibile.
«Tale andamento di mercato – spiega il presidente del Consorzio, Virgilio Manini di Saturnia – viene giustificato con le restrizioni dovute al contenimento del coronavirus, in particolare con la chiusura dei ristoranti. Considerando dunque la prospettiva del calo dei consumi, noi abbiamo la possibilità di soddisfare, fino a Pasqua, tutte le richieste dei consumatori, che dovrebbero essere però orientati a mangiare italiano e igp».
Dunque il prodotto c’è e perché non resti non consumato, il consorzio chiede alla ministra l’avvio di urgenti iniziative a sostegno delle carni ovine «la cui filiera corre un concreto rischio di collasso con gravi ripercussioni economiche sociali e ambientali, date le relazioni fra pastorizia e ambiente, un collasso che va scongiurato», sottolinea Manini. —
f.b.
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