Italia
«Sì, cantavamo anche allora ma eravamo nei rifugi antiaerei»
Umberto Spallone, 87 anni, torna indietro con la memoria fino al ’43 E spiega come i grossetani cercavano di superare la la paura
amarcord
Il ricordo viaggia indietro negli anni, e per lui sono più di 75. “Azzurro” e Celentano erano ancora di là da venire, all’epoca era la “Marcia Reale” dei Savoia e non il “Canto degli Italiani” di Mameli a ricoprire il ruolo di inno ufficiale. Ma si cantava anche all’epoca, per farsi coraggio, come si canta adesso per l’emergenza coronavirus: «Sa dove cantavamo? Nei rifugi, dove correvamo quando suonava l’allarme antiaereo». Umberto Spallone, 87 anni, ha ricordi ancora nitido di quei momenti terribili: «Erano canzoni di guerra, come “’O surdato nnammurato”, che parla della tristezza di un militare che è costretto a stare lontano dalla sua fidanzata, o come “Lilì Marlene”, anche questa parla di soldati. Quando ho saputo che la gente oggi si affaccia per cantare, per l’emergenza sanitaria, mi sono tornati alla memoria questi episodi del tempo di guerra. Allora, come oggi, si cantava per farsi coraggio, per sopportare meglio quei momenti, per coprire se possibile il rumore delle formazioni aeree, quello delle bombe che precipitavano sulla città». Spallone torna indietro fino al 1943, allora non aveva ancora dieci anni. «Abitavo al terzo piano di una casa di via Manin, con i nonni, dormivano semivestiti per essere pronti a scappare nel rifugio: quello più vicino era all’ingresso del bastione del Cinghialino. Per noi era diventato una seconda casa. Ma tutto era diverso rispetto a oggi». E Spallone prosegue: «Stare in casa adesso è molto più sicuro: non esci, non ti ammali. All’epoca, se non uscivi rischiavi di morire sotto le bombe. E oggi puoi uscire per comprare il giornale, puoi fare la spesa: all’epoca il giornale era un foglio appena. E i comunicati erano inattendibili. Mio nonno ci faceva ascoltare Radio Londra e da lì sapevamo il resto. I generi alimentari erano razionati e non si potevano fare scorte, c’era la tessera. Oggi ci sono i social, c’è la tv, c’è il telefono: quello invece era un isolamento vero. C’era il coprifuoco davvero e non si poteva uscire». E in questi giorni? «Ho fatto le pulizie di Pasqua, come quelle che si facevano quando doveva venire il prete a benedire. Si può anche arrivare stanchi alla sera, se uno fa ginnastica. Ma io che ho fatto la guerra, pur senza fucile, ve lo dico: oggi è tutta un’altra musica». — P.S.
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