Sicurezza
«Ho rischiato di essere arrestato a Tirana»
Un incubo per l’imprenditore Giorgio Scapecchi, in Albania per lavoro: si è nascosto in attesa di poter prendere l’aereo
La storia è di quelle che fanno accapponare la pelle e richiamano alla memoria scene di un tempo lontano, che la maggior parte degli italiani ha visto solo al cinema. Ma in tempi di coronavirus succede anche questo, appena di là dall’Adriatico, a Tirana, dove Giorgio Scapecchi, 58 anni di Grosseto, proprio a causa delle restrizioni legate al Covid-19, si è trovato a vivere nell’incubo del “coprifuoco”, si è dovuto letteralmente nascondere e ha rischiato di non poter tornare in Italia.
Per fortuna, tutto è finito bene, grazie all’intervento di un amico grossetano, Giovanni Ladu, che con determinazione e il fondamentale aiuto della questura del capoluogo, ha messo in moto la catena di contatti dalla Farnesina a Tirana, da dove martedì sera è partito per Roma il Boeing 737 della compagnia di bandiera albanese con 200 italiani a bordo. «Ero arrivato a Tirana lunedì e avevo il volo di ritorno mercoledì», racconta Scapecchi, socio dell’azienda farmaceutica Primafarma srl, che in Albania ha un’attività nell’ambito della ricerca. «Mentre ero in azienda, ho ricevuto una telefonata dall’albergo che mi avvertiva di non uscire, perché circolava la notizia che gli italiani dovessero stare in quarantena senza muoversi dal proprio domicilio. Io ero fuori, non potevo prendere il taxi perché rischiavo una multa da 5 a 10 mila euro e l’isolamento coatto per 20 giorni. Che avrebbe voluto dire rimanere confinato da qualche parte a Tirana». A quel punto, Scapecchi ha deciso di rientrare in albergo a piedi, cercando di evitare pattuglie e posti di blocco. In hotel, la notizia che la struttura avrebbe chiuso, come previsto dalle direttive del governo. Allora si è attaccato al telefono, ma non è stato possibile parlare con la Farnesina né con il consolato e l’ambasciata italiana. Numeri sempre occupati, difficoltà di contatto, telefono isolato fuori dall’hotel e la notizia che i voli del giorno dopo per l’Italia erano annullati.
Un incubo, ma l’imprenditore grossetano non si è dato per vinto e ha cominciato a chiamare gli amici italiani, tra cui Giovanni Ladu, nella speranza che riuscissero a mettersi in contatto con la Farnesina. «Intanto, non potendo parlare con l’ambasciata – racconta Scapecchi – a mio rischio e pericolo ci sono andato piedi, passando per le vie secondarie e attraverso un parco. Due chilometri con la paura di essere fermato e nessun italiano in giro, perché l’obbligo di non uscire è solo per noi. Arrivato lì porte sbarrate a causa del coronavirus, così ho potuto solo parlare con un usciere attraverso il cancello. Erano le 11 di martedì, sono tornato a piedi in albergo dove ho scoperto che avrebbero chiuso tre ore dopo. Non potevo uscire, non potevo partire e non avevo dove stare, ma alla reception mi hanno aiutato a trovare un alloggio lì vicino a rischio mio e del proprietario. Poi, quando ormai non avevo più speranza di rientrare, l’inattesa telefonata dall’ambasciata che mi comunicava di andare in aeroporto. Bene, ma come andarci? Non potevo prendere un taxi né noleggiare una macchina, tantomeno andare a piedi. Alla fine mi ha aiutato un amico albanese che mi ha trovato un trasporto sicuro. L’aeroporto era pieno di Italiani in attesa del turno per partire - conclude Scapecchi - Io sono stato fortunato, mi è toccato il primo». —
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